Il compleanno numero 80 di Donald Trump, accuratamente progettato come un gigantesco monumento alla propria immagine, rischia di trasformarsi nell'ennesima dimostrazione di come la realtà abbia sviluppato una particolare inclinazione a sabotare le scenografie del presidente americano.
Il menù della giornata avrebbe dovuto essere perfetto: accordo storico con l'Iran, celebrazioni patriottiche, spettacolo muscolare alla Casa Bianca e una nuova occasione per ribadire che gli Stati Uniti e Donald Trump sono ormai, nella sua visione del mondo, concetti quasi indistinguibili. Invece si sono presentati ospiti indesiderati. I giudici, gli iraniani e persino le nuvole.
A guastare la festa ci ha pensato anzitutto una Corte d'Appello che ha imposto la rimozione del nome di Trump dal Kennedy Center for the Arts. Una decisione, subito eseguita quasi in tempo reale, che arriva proprio mentre il presidente festeggia il traguardo degli 80 da comandante in capo, diventando il secondo presidente della storia americana a raggiungere quell'età durante il mandato, dopo Joe Biden. Un primato che probabilmente Trump avrebbe preferito condividere il meno possibile.
Se il compleanno precedente era stato celebrato con una parata militare che aveva ricordato a molti osservatori più la Corea del Nord di Kim Jong Un che Filadelfia, quest'anno il presidente ha deciso di alzare ulteriormente il livello del kitsch. Sul prato sud della Casa Bianca è comparsa infatti una gigantesca gabbia ottagonale destinata a ospitare sette incontri dell'UFC, l'organizzazione di wrestling che rappresenta probabilmente il perfetto riassunto dell'immaginario trumpiano: uomini enormi, muscoli in vista, pugni, sangue e molti applausi.
Mentre milioni di persone seguono il Mondiale di calcio disputato negli Stati Uniti e le finali NBA monopolizzano l'attenzione degli appassionati, Trump ha scelto il suo vero sport nazionale: guardare persone che si colpiscono reciprocamente dentro una gabbia.
Una passione consolidata, tanto che negli ultimi anni il presidente è apparso spesso agli eventi UFC ricevendo ovazioni dai suoi sostenitori. Molto meno fortunata, invece, la sua presenza al Madison Square Garden per una partita dei New York Knicks, dove è stato accolto dai fischi e immortalato mentre si concedeva un sonnellino durante l'incontro.
L'evento della Casa Bianca porta un nome che sembra uscito da un videogioco tra il patriottico e il distopico: "UFC Freedom250". Ufficialmente (addirittura) rientra nelle celebrazioni per il 250° anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza americana. Ufficiosamente sembra l'ennesimo tassello di una narrazione in cui la storia degli Stati Uniti viene gradualmente e mestamente fusa con quella del suo attuale presidente, comunque perfettamente in linea con il suo stato mentale.

La manifestazione sarà trasmessa dalla piattaforma legata al miliardario Larry Ellison, storico alleato di Trump. Tra un combattimento e l'altro verrà proiettato un nuovo video promozionale per il reclutamento militare, una sorta di versione hollywoodiana e particolarmente kitsch di "Mission: Impossible", accompagnata dalla voce dello stesso Trump che proclama il proprio mantra: "Peace through Strength", pace attraverso la forza.
La selezione del pubblico riservata ai militari sembra uscita da un casting per un film d'azione. Attorno alla gabbia sono previsti 1.200 posti per soldati che rispettino precisi requisiti atletici e fisici. Non basta indossare una divisa: bisogna anche avere il giusto rapporto tra girovita e altezza. La meritocrazia secondo l'ottagono.
Nel frattempo, mentre Washington si prepara a celebrare il presidente guerriero, la guerra vera con l'Iran continua a non produrre il risultato che Trump sperava di esibire come regalo di compleanno: un accordo storico firmato proprio nel giorno della festa. Teheran sembra infatti intenzionata a negargli questa soddisfazione mediatica.
Paradossalmente, l'unico memorandum ufficialmente firmato negli ultimi tempi riguarda proprio la UFC. A siglarlo è stato il Dipartimento di Stato guidato dal cattolicissimo Marco Rubio, che ha definito l'organizzazione di wrestling addirittura "le Nazioni Unite del combattimento". Una definizione che probabilmente farebbe sorridere persino i diplomatici più cinici.
Ma il colpo simbolico più duro arriva dal Kennedy Center. Nella notte tra venerdì e sabato una folla festante si è radunata davanti al prestigioso centro culturale di Washington per assistere alla rimozione del nome di Donald Trump dall'edificio. Una sorta di spettacolo al contrario rispetto a quello organizzato alla Casa Bianca.

La vicenda affonda le radici nella decisione con cui Trump aveva preso il controllo dell'istituzione culturale, sostituendo il consiglio d'amministrazione con fedelissimi e facendosi nominare presidente dell'ente. Una scelta che aveva provocato proteste, ricorsi giudiziari e l'allontanamento di numerosi artisti. Ora, dopo mesi di battaglie legali, i tribunali hanno ordinato di cancellare quella che molti consideravano un'appropriazione simbolica di uno dei luoghi più rappresentativi della cultura americana.
Come se non bastasse, un'altra sentenza federale ha imposto il ripristino dei pannelli dedicati alla storia della schiavitù rimossi dai parchi nazionali nell'ambito della crociata dell'amministrazione contro le politiche di diversità e inclusione. Un altro promemoria, arrivato proprio alla vigilia della festa, che ricorda come la storia americana sia generalmente più complessa delle versioni semplificate offerte dalla propaganda politica.
E poi c'è il meteo. In una trama che perfino gli sceneggiatori di Hollywood avrebbero giudicato troppo simbolica, le previsioni annunciano possibili temporali su Washington proprio nel giorno del compleanno presidenziale.
Così, mentre Donald Trump celebra il suo ottantesimo compleanno pubblicando sui social una fotografia che lo ritrae accanto a Kim Jong-un, il leader nordcoreano che negli anni è passato da nemico giurato a interlocutore privilegiato, il presidente si ritrova circondato da una serie di segnali poco incoraggianti: giudici che cancellano il suo nome, tribunali che ripristinano ciò che aveva rimosso, avversari internazionali che non collaborano e perfino il cielo che minaccia di non rispettare il copione.
Per un uomo che ama presentarsi come il regista assoluto degli eventi, non è esattamente il regalo di compleanno che aveva immaginato.
PS: la foto di inizio articolo è stata pubblicata oggi dallo stesso Trump sulla propria piattaforma social


