Accuse choc contro l’amministrazione Usa: redatto un accordo segreto che cancella controlli fiscali, cause e indagini future contro il presidente, le sue aziende e il suo entourage.
Per molti osservatori americani si tratta di un passaggio senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti. Un documento firmato dal Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione di Donald Trump sta di fatto concedendo una sorta di immunità totale e permanente al presidente e al suo impero economico, blindandolo da future indagini, cause civili, controlli fiscali e azioni di recupero da parte dello Stato federale. Un accordo che, se confermato nei termini denunciati dall’ex pardon attorney del Dipartimento di Giustizia Liz Oyer, rappresenterebbe non soltanto un gigantesco scandalo politico, ma una vera demolizione del principio stesso di uguaglianza davanti alla legge.
La vicenda è esplosa dopo la pubblicazione di un video-denuncia della stessa Oyer, ex funzionaria del Dipartimento di Giustizia, che ha parlato apertamente di “tradimento della fiducia pubblica” e di “collusione corrotta” tra Trump e i vertici della sua amministrazione. Al centro delle accuse vi è un documento di una sola pagina firmato da Todd Blanche, attuale acting attorney general e fedelissimo del presidente. Un testo apparentemente tecnico, ma dalle conseguenze devastanti.
Secondo quanto denunciato, quel documento non si limiterebbe a chiudere contenziosi specifici. Andrebbe molto oltre. Molto, troppo oltre. Il governo federale rinuncerebbe infatti a qualsiasi futura pretesa nei confronti di Trump, delle sue aziende, dei suoi familiari e dei suoi collaboratori. Non solo il Dipartimento di Giustizia, ma anche l’IRS, le agenzie federali e qualsiasi organo dello Stato americano verrebbero privati della possibilità di indagare, citare in giudizio, recuperare tasse non pagate o perseguire eventuali frodi future legate all’universo trumpiano.
In pratica, la presidenza Trump starebbe tentando di costruire un recinto di impunità permanente attorno a sé stessa. Un precedente che molti costituzionalisti considerano incompatibile con qualsiasi idea di stato democratico moderno. Negli Stati Uniti, almeno formalmente, nessuno può essere al di sopra della legge. E invece questa amministrazione vuole trasformare il potere esecutivo in uno strumento di auto-protezione personale.
Il punto più inquietante riguarda proprio la natura permanente dell’accordo. Secondo la denuncia di Oyer, il documento continuerebbe a produrre effetti anche dopo la fine dell’attuale amministrazione. In altre parole, Trump starebbe tentando di vincolare governi futuri, impedendo a presidenti successivi e a nuove procure federali di riaprire eventuali dossier sulle sue attività economiche. Una sorta di scudo eterno cucito su misura per un uomo solo.
È difficile trovare nella storia americana recente un’operazione tanto aggressiva contro i meccanismi di controllo democratico. Persino durante il caso Watergate, quando Richard Nixon cercò disperatamente di usare il potere presidenziale per salvarsi, il sistema istituzionale riuscì almeno parzialmente a reagire. Qui invece il sospetto è che pezzi dell’apparato statale stiano lavorando direttamente per cancellare ogni possibilità futura di responsabilità politica, fiscale e giudiziaria.
La questione fiscale è forse quella più esplosiva. Se davvero l’accordo impedisse all’IRS di proseguire audit e controlli sulle aziende di Trump, si aprirebbe un abisso istituzionale. Per anni il tycoon newyorkese è stato al centro di polemiche sui suoi bilanci, sulle sue dichiarazioni fiscali, sui rapporti tra le sue società e i finanziamenti politici. Bloccare ogni futura verifica significherebbe trasformare il presidente in un soggetto economicamente intoccabile, privilegiato rispetto a qualsiasi altro cittadino americano.
Ed è proprio qui che emerge la natura profondamente oligarchica dell’operazione. Trump ha costruito la propria narrazione politica presentandosi come nemico delle élite e difensore del “popolo dimenticato”. Ma ciò che emerge da questo accordo va nella direzione opposta: un uso personale dello Stato per proteggere una ristretta cerchia di potere economico e familiare. Non populismo contro le élite, dunque, ma fusione totale tra potere politico, interessi privati e immunità giudiziaria.
Anche il ruolo di Todd Blanche solleva interrogativi enormi. Un attorney general dovrebbe rappresentare gli interessi dello Stato federale e dei cittadini americani, non agire come avvocato personale del presidente. E invece, secondo le accuse, il Dipartimento di Giustizia sarebbe stato trasformato in una macchina al servizio della sopravvivenza politica e patrimoniale di Trump. Una deformazione istituzionale che rischia di lasciare cicatrici profonde nel sistema americano.
Naturalmente, la battaglia giudiziaria è appena iniziata. Diversi esperti ritengono che un accordo di questo tipo può essere contestato davanti ai tribunali federali perché incompatibile con principi costituzionali fondamentali. Il problema, però, è che anche solo tentare una simile operazione produrrebbe un effetto devastante sulla credibilità delle istituzioni. Perché il messaggio che arriva ai cittadini è semplice e brutale: esiste una legge per la popolazione normale e una diversa per chi occupa il vertice del potere.
Ed è forse questo l’aspetto più pericoloso dell’intera vicenda. Non soltanto il possibile danno economico per lo Stato americano o il rischio di impunità fiscale. Ma l’erosione progressiva della fiducia democratica. Quando un governo appare disposto a cancellare controlli, indagini e responsabilità pur di proteggere il proprio presidente, il confine tra democrazia costituzionale e sistema personale di potere inizia a diventare drammaticamente sottile.


