Il Regno Unito, l'Australia e il Canada hanno finalmente deciso di riconoscere lo Stato di Palestina. La Francia è pronta a fare lo stesso. Bene, direbbero in molti. Ma la verità è che questo riconoscimento arriva tardi, appare più come un atto di coscienza che come una mossa capace di cambiare davvero la realtà sul campo.
Simboli che non fermano i carri armati
Sì, riconoscere la Palestina ha un valore politico e morale. Ma non illudiamoci: non sposta di un millimetro la situazione in Cisgiordania o a Gaza.
Israele continua l'occupazione militare e la colonizzazione illegale.
La popolazione di Gaza è allo stremo, affamata e sotto bombardamenti.
L'Autorità Palestinese è debole e screditata, incapace di governare realmente il proprio popolo.
Finché queste condizioni restano intatte, il riconoscimento è un applauso diplomatico al nulla.
Londra e il peso delle colpe storiche
Il Regno Unito cerca di ripulire la propria coscienza storica: dalla Dichiarazione Balfour del 1917 al Mandato britannico terminato nel 1948, Londra ha messo in moto una serie di eventi che hanno aperto il conflitto attuale. Oggi, Starmer parla di “due Stati per la pace”, ma la sua mossa ha più il sapore di un gesto riparatore tardivo che di una strategia credibile.
Israele e USA: muro di ferro
La risposta di Netanyahu è stata brutale e prevedibile: riconoscere la Palestina equivale, secondo lui, a premiare il terrorismo di Hamas. Washington, dal canto suo, non si limita a dissentire: è schierata apertamente contro l'idea stessa di uno Stato palestinese.
Il messaggio è chiaro: l'alleato storico di Israele non permetterà che la nascita di una Palestina diventi realtà, perché significherebbe mettere in discussione il dominio militare e coloniale sul territorio.
75% del mondo dice sì, ma non basta
Tre quarti dei Paesi membri dell'ONU riconoscono già la Palestina. Eppure, sul campo, questo non ha mai impedito a Israele di continuare a espandere gli insediamenti, demolire case e ridisegnare i confini a suo piacimento. È la prova che la diplomazia internazionale, senza volontà di imporre conseguenze concrete, resta un guscio vuoto.
Perché adesso?
Il tempismo non è casuale: i governi occidentali hanno deciso di muoversi solo quando l'opinione pubblica è esplosa di rabbia per le immagini di fame e distruzione a Gaza. Non è coraggio politico: è calcolo. Hanno atteso che la pressione popolare diventasse ingestibile per fare quello che avrebbero potuto fare anni fa.
La verità è che il riconoscimento della Palestina da parte di Londra, Canberra o Ottawa non cambia le bombe su Gaza, non restituisce terra ai palestinesi e non ferma le colonie in Cisgiordania. È un segnale, ma resta lettera morta finché Israele e Stati Uniti si oppongono a qualsiasi soluzione reale.


