La protesta della FIMMG apre un nodo politico e sanitario cruciale: cambiare la medicina territoriale senza ascoltare chi la regge ogni giorno può trasformare una correzione necessaria in un errore strategico.
C’è un confine sottile ma decisivo tra riformare e smantellare. Ed è proprio su quel crinale che oggi si consuma lo scontro tra Governo, Regioni e medici di famiglia. La dichiarazione dello stato di agitazione da parte della FIMMG non è soltanto l’ennesima vertenza sindacale della sanità italiana: è il segnale di una frattura profonda sul futuro dell’assistenza territoriale, cioè sul primo presidio di cura per milioni di cittadini.
Il punto denunciato dalla Federazione dei medici di medicina generale è netto: una riforma così delicata sarebbe stata impostata senza alcun confronto reale con la categoria. Una scelta politicamente discutibile e tecnicamente rischiosa. Perché se c’è un settore in cui le architetture calate dall’alto finiscono spesso per incepparsi contro la realtà, quello è la sanità.
Il paradosso è evidente. Mentre si discute di superare l’attuale modello della medicina generale, i dati internazionali certificano che proprio quel sistema, pur sotto pressione da anni, continua a produrre risultati migliori di molti partner europei. Il rapporto OCSE sulla sanità europea fotografa un’Italia con tassi di ricovero per patologie croniche eccezionalmente bassi, mortalità evitabile inferiore alla media UE e una tenuta complessiva dell’assistenza primaria che resta uno dei veri argini al collasso ospedaliero.
Questo non significa che tutto funzioni. Significa però che il problema va individuato correttamente.
La crisi della medicina di famiglia non nasce da un modello intrinsecamente fallito, ma da un progressivo svuotamento: meno professionisti, carichi burocratici crescenti, ricambio generazionale debole, regole incerte, rinnovi contrattuali fermi e una professione che, agli occhi di molti giovani medici, appare sempre meno sostenibile e sempre meno attrattiva. In dieci anni, il calo del 13% nella densità dei medici di famiglia racconta più di qualsiasi slogan riformista.
È qui che si misura la qualità della politica sanitaria: distinguere ciò che va corretto da ciò che va preservato.
L’ipotesi di trasformare i medici di medicina generale in dipendenti del Servizio sanitario nazionale viene presentata come risposta strutturale alle carenze. Ma centralizzare non equivale automaticamente a migliorare. Anzi, il rischio concreto è quello di irrigidire un sistema che oggi, pur con tutti i suoi limiti, conserva un elemento decisivo: la prossimità. Il rapporto fiduciario tra medico e assistito, la conoscenza diretta del territorio, la capacità di intercettare fragilità prima che diventino emergenze cliniche non sono dettagli organizzativi. Sono l’ossatura della medicina territoriale.
Nelle aree interne, nei piccoli comuni, nelle periferie fragili, questo vale ancora di più. Lì dove lo Stato arriva spesso in ritardo, il medico di famiglia resta spesso l’unico presidio immediato, concreto, riconoscibile.
Naturalmente la medicina generale va ripensata: va integrata meglio con Case di comunità, telemedicina, specialistica territoriale e servizi sociosanitari. Va liberata dalla burocrazia e resa più attrattiva economicamente e professionalmente. Va aggiornata, non commissariata.
Perché una riforma costruita contro i medici, anziché con i medici, nasce già debole. E quando in gioco c’è la sanità di prossimità, indebolire il primo anello della catena significa spostare tutto il peso sugli ospedali, aggravando liste d’attesa, pronto soccorso congestionati e disuguaglianze territoriali.
La minaccia di scioperi annunciata dalla FIMMG è un passaggio grave, ma ancora più grave sarebbe ignorarne il significato politico. Qui non si sta discutendo soltanto di status contrattuali. Si sta decidendo se il cittadino continuerà ad avere una medicina vicina, capillare, personale — oppure un sistema più impersonale, più burocratico e, forse, più distante.
Le riforme necessarie sono quelle che aggiustano ciò che non funziona. Quelle sbagliate sono quelle che rompono ciò che, nonostante tutto, continua a reggere il Paese.


