Un confronto diretto e lineare che mette al centro il significato più profondo dell’opera. “DONUM” viene analizzato attraverso il tema del dono, tra scrittura, dialoghi e impatto sul lettore, con uno sguardo attento a ciò che resta davvero dopo l’ultima pagina.

 

 

Il tema del dono, già dal titolo “DONUM”, sembra attraversare tutta l’opera. Cosa significa per te “dare” in un contesto così estremo come quello dello spazio profondo?

Il “dono” in DONUM non è qualcosa che viene offerto. È qualcosa che accade. L’incontro con le civiltà dei Merus e dei Küplär Ber dà inizio a un cammino: la Via del Vuoto. È un percorso che spoglia, che riduce, che trasforma. Solo chi arriva alla fine si trova nell’unica condizione possibile per ricevere il dono. Non è un’evoluzione personale. È un cambio di stato. Non sei più umano.

C’è un passaggio molto suggestivo: “Nel silenzio delle stelle, ciò che resta di noi è ciò che scegliamo di dare.” È una frase che sembra quasi il cuore del libro. È nata prima della storia o durante la scrittura?

Non è nata. È emersa durante la scrittura, quando i personaggi iniziano a perdere tutto ciò che li definisce. Il Vuoto non è assenza, è essenza. Togliendo, costringe a restare con l’essenziale. A quel punto non stai più scegliendo cosa essere. Stai scegliendo cosa lasciare andare. E lì capisci che quella frase non è una riflessione. È una conseguenza.

In alcuni dialoghi dell’equipaggio si respira una quotidianità molto terrestre, anche ironica. È un contrasto voluto rispetto alla grandezza dell’universo?

Sì, è voluto. Perché il Vuoto non cancella ciò che sei. Lo mette alla prova. I personaggi restano umani nei gesti, nelle battute, nelle piccole cose…
anche mentre stanno andando oltre l’umano. Non è un contrasto. È una tensione. Senza quella parte terrestre, il passaggio non avrebbe senso. Sarebbe solo sostituzione, non evoluzione.

Infine, una domanda diretta: cosa speri che resti al lettore dopo aver chiuso questo primo tomo?

Emozioni. Non quelle che passano. Quelle che restano anche dopo l’ultima pagina. Quelle che disturbano, che chiamano, che non ti lasciano in pace. Se chiudo il libro e torno esattamente quello di prima, allora non è successo nulla.

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