Nel pieno del dibattito sul suicidio medicalmente assistito, la Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA) lancia un richiamo netto: senza una legge nazionale, i medici chiamati a valutare i casi operano in una zona grigia, priva di regole uniformi e strumenti condivisi.
L’intervento della SIMLA evita volutamente il terreno delle scelte etiche e politiche, ma punta dritto su un problema pratico: l’assenza di un quadro normativo chiaro. Una lacuna che, secondo la società scientifica, espone i professionisti a incertezze operative e i pazienti a trattamenti disomogenei sul territorio.
Il precedente della Corte costituzionale
Il riferimento giuridico resta la sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale, che ha individuato una limitata area di non punibilità per l’aiuto al suicidio. Una decisione che ha segnato un punto di svolta, ma che – sottolinea SIMLA – non equivale al riconoscimento di un diritto generalizzato.
La Consulta ha infatti delineato un’eccezione, subordinata a condizioni rigorose: il paziente deve essere capace di decidere, affetto da una patologia irreversibile, sottoposto a sofferenze ritenute intollerabili e dipendente da trattamenti di sostegno vitale. Il tutto all’interno di un percorso medicalizzato di verifica.
Ma la stessa Corte ha chiarito che si tratta di una soluzione minima, un equilibrio temporaneo tra diritto alla salute e autodeterminazione, ribadendo che spetta al Parlamento intervenire con una disciplina organica. Intervento che, a oggi, non è arrivato.
Medici senza linee guida
“Solo con una legge potremo operare in maniera uniforme sul territorio nazionale”, avverte il presidente SIMLA, Francesco Introna. Il rischio, aggiunge, è concreto: medici chiamati a prendere decisioni delicate senza riferimenti operativi chiari.
Nel processo di valutazione dei requisiti, l’équipe multidisciplinare – che dovrebbe includere sempre un medico legale – svolge un ruolo centrale. Deve accertare la capacità decisionale del paziente, l’irreversibilità della malattia e il livello di sofferenza. Valutazioni che hanno un peso giuridico diretto.
Eppure oggi tutto questo avviene senza protocolli nazionali condivisi, né modelli documentali uniformi.
Italia a macchia di leopardo
Il risultato è un sistema frammentato. Come sottolinea il vicepresidente Franco Marozzi, alcune Regioni si sono dotate di procedure proprie, mentre altre ne sono prive. In certe strutture esistono commissioni multidisciplinari con tempi definiti; altrove i pazienti attendono mesi, spesso costretti a rivolgersi ai tribunali.
Restano aperte questioni fondamentali:
- come certificare una “sofferenza intollerabile”;
- quali parametri utilizzare per valutarla;
- cosa rientri esattamente nel concetto di trattamento di sostegno vitale.
“I criteri fissati dalla Consulta sono una cornice, ma manca uno strumento operativo”, osserva Marozzi.
Le proposte della SIMLA
Per uscire dall’impasse, la società scientifica propone un percorso in tre tappe:
- l’istituzione di un tavolo tecnico con le principali società scientifiche per definire protocolli condivisi;
- un’audizione in Parlamento per approfondire gli aspetti tecnico-istituzionali;
- l’elaborazione di una legge nazionale che chiarisca ruoli, procedure e responsabilità.
Il nodo della medicina legale
Dal punto di vista dei medici legali, il problema è soprattutto metodologico. “Nel suicidio medicalmente assistito si accertano condizioni di eccezionale rilievo clinico e giuridico con strumenti non uniformi”, spiega il segretario nazionale Lucio Di Mauro.
Per questo, la presenza del medico legale nell’équipe dovrebbe essere obbligatoria e non lasciata alla discrezionalità delle strutture. Senza una disciplina chiara, il rischio è che decisioni estremamente delicate vengano affidate a prassi locali disomogenee.
Un’urgenza rimasta senza risposta
A sette anni dalla pronuncia della Corte costituzionale, il quadro resta incompleto. La giurisprudenza ha aperto uno spazio, ma non può sostituire il legislatore. Nel frattempo, i medici continuano a operare senza una bussola normativa condivisa.
E il tema, inevitabilmente, torna al punto di partenza: non più solo una questione etica o politica, ma un problema concreto di regole, responsabilità e tutela dei diritti.


