"Il 10 aprile L’Espresso esce con questa copertina diffamatoria appositamente creata per far pensare al brutto soldato israeliano che opprime una povera donna araba, e il titolo L’ABUSO. In realtà esiste il filmato intero in cui la donna urla al militare «Vai via! Vattene! Non alzare le mani, non alzare le mani!», con atteggiamento ostile, sfidante e gesti provocatori. Ma nessun soldato la tocca, nessuno alza le mani, e il militare si limita a filmarla. Ed ecco i sottotitoli: L’annessione della Cisgiordania, coi soldati complici dei coloni. Gaza annientata. L’avanzata in Libano. Il confine violato in Siria. La guerra all’Iran. Pulizia etnica e massacri. Così la Destra sionista dà forma al Grande Israele. Mai tante menzogne tutte assieme. La scena è di ottobre 2025, a Idhna, area B, controllo arabo della città mai terreni attorno alla città dove è avvenuto questo piccolo show propagandistico, la cosiddetta «raccolta delle olive proibita dai coloni», sono in Area C, gestita interamente dagli israeliani. Sul posto c’erano la Mezzaluna Rossa Araba per dare l’impressione di pericolo imminente, e tanti reporter internazionali. Non ci sono uliveti e nessuno raccoglie ulive. Gli arabi sono strafottenti e provocatori, nessuno ha paura, ma insultano a favore delle foto dei paparazzi. Cisgiordania è il nome dato dagli invasori giordani ai territori israeliani di Samaria e Giudea dopo la conquista araba del 15 maggio 1945. Israele non sta occupando nessun territorio arabo. Questi territori furono liberati da Israele nel 1967 nell’altra guerra scatenata dagli Stati arabi contro Israele, la Guerra dei Sei Giorni. Questi territori non possono essere annessi a Israele poiché sono già israeliani secondo la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917, la Conferenza di Sanremo dell’aprile 1920, la League of Nations Mandate for Palestine del 16/9/1922, e dalla Costituzione dello Stato di Israele del 14/5/1948 riconosciuta internazionalmente. Israele ha accettato di concedere agli arabi «terra in cambio di pace» con gli Accordi di Oslo del 1993, dividendo questi territori in tre aree; le A e B amministrate dall’Autorità Palestinese in cui vive il 95% della popolazione araba e con divieto di ingresso per gli israeliani, e la C sotto la giurisdizione israeliana. Naturalmente la pace non è mai arrivata da parte degli arabi. Stessa cosa per la Striscia di Gaza già israeliana ma concessa all’AI nel 2005, da cui poi partirono gli attacchi e i massacri del 7 ottobr e2023 dei gazawi di Hamas contro i civili israeliani. La parola «coloni» è priva di senso: sono cittadini israeliani che vivono in campagna perché costa meno che in città. Gaza è stata «annientata» perché Hamas con l’appoggio dei gazawi ha dichiarato guerra a Israele stuprando donne, uccidendo bambini ecc. L’«avanzata in Libano» serve a interrompere gli attacchi di Hezbollah contro le città israeliane (7000 missili da marzo, coi civili israeliani chiusi ogni giorno nei rifugi) secondo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 1701/2006. Il confine siriano è «violato» per inseguire gli assassini di Hezbollah, su accordo col governo di Damasco".

Questa serie di spudorate menzogne, che sinceramente dovrebbero però essere etichettate più correttamente con il titolo di assurde e grottesche puttanate tanto sono spudoratamente false, sono contenute in un articolo pubblicato oggi su una delle testate dell'ex portantino Angelucci, quel tale che insieme al figlio è transitato in tutti i partiti della destra per poi accasarsi ultimamente nella Lega. Lo scopo di quel giornale e degli altri in suo possesso è supportare le politiche del governo fascista di Giorgia Meloni per avere in cambio politiche che tutelino la sanità privata... sua principale fonte di reddito.

Così, l'informazione che pubblica Il Tempo ora diretto da tal Capezzone è un esempio perfetto di disinformazione, di totale stravolgimento della realtà...

Questa la replica, persino troppo composta, de L'Espresso all'articolo precedente e ad altri che hanno espresso opinioni analoghe:

"Se la scorsa copertina de L’Espresso ha fatto il giro del mondo è perché in quello scatto la violenza non è un dettaglio. È il centro. E finisce per diventare il suo volto. Un volto che qualcuno preferisce non guardare, o insinuare che sia falso, artefatto, manipolato. Quello scatto, invece, è il frutto del percorso di Pietro Masturzo. Dal 2010 il fotografo italiano ha attraversato Gaza e la Cisgiordania con uno sguardo che rifiuta la superficie degli eventi per addentrarsi, con ostinazione, nella complessità di una realtà spesso raccontata in modo parziale, semplificato, se non distorto. «In tanti mi hanno chiesto se si tratti di un’immagine generata con l’intelligenza artificiale; altri segnalano post in cui questa ipotesi viene data addirittura per certa», racconta il fotografo. «A colpirmi è il paradosso: c’è chi affida proprio all’intelligenza artificiale il compito di stabilire se un’immagine sia stata creata da un’intelligenza artificiale. Un cortocircuito che dovrebbe farci riflettere su come cerchiamo oggi la verità delle immagini. La risposta, però, è semplice: no, questa fotografia non è generata artificialmente. L’ho scattata io, il 12 ottobre scorso, a Idhna, a Ovest di Hebron, durante il primo giorno della raccolta delle olive. Doveva essere un momento di festa. Come purtroppo accade spesso, proprio all’inizio della raccolta è arrivato un gruppo di coloni israeliani armati accompagnati da soldati regolari con il volto coperto. Hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’aspetto più duro di questa immagine non sta tanto nella capacità di cogliere un istante, quanto in ciò che è realmente accaduto: il colono protagonista dello scatto ha continuato a lungo a mimare il verso del pastore che raduna il gregge, rivolgendosi ai palestinesi come fossero animali». Masturzo ha costruito nel tempo una conoscenza stratificata dei territori e delle persone che li abitano, e li occupano, evitando scorciatoie narrative. Le sue immagini insistono sulla continuità di una condizione: quella a cui il popolo palestinese è sottoposto da decenni, fatta di restrizioni, tensioni quotidiane e trasformazioni progressive del paesaggio umano e geografico. Questa profondità nasce dalla frequentazione costante, da un ascolto e un’osservazione che precedono lo scatto. Eppure, ridurre lo sguardo di Masturzo a una posizione univoca sarebbe un errore.Per anni ha lavorato a stretto contatto anche con i coloni israeliani, entrando nelle loro comunità, osservandone la quotidianità, i codici interni, le tensioni e le convinzioni politiche. Un lavoro complesso, che ha richiesto accesso, fiducia e una rara disponibilità a confrontarsi con tutte le parti in gioco. Nel reportage più recente, questa impostazione si traduce in un racconto ancora più importante. Le immagini costruiscono un archivio continuo dell’espansione israeliana in Cisgiordania, mostrando come il territorio cambi sotto gli occhi del mondo. «Il progetto», spiega il fotografo, «nasce da una distanza forzata e da una frustrazione concreta: quella di assistere a ciò che accade in Palestina senza poter essere lì, in un territorio che ho raccontato per anni. Oggi l’accesso è sempre più limitato, soprattutto per la stampa internazionale, e questa assenza lascia spazio a narrazioni parziali e facilmente contestabili. Da qui l’urgenza di sostenere chi continua a documentare sul campo: le fotografe e i fotografi palestinesi, oggi non solo testimoni ma veri e propri bersagli». Il servizio realizzato da Pietro Masturzo è parte del Prospekt Palestine Project, un tentativo di dare visibilità e supporto a chi nonostante tutto continua a raccontare. A portarlo avanti è Activestills, collettivo che da oltre vent’anni documenta la realtà palestinese, costruendo un archivio indipendente. Oggi più che mai, non si tratta solo di raccontare la realtà, ma di difendere la possibilità stessa di mostrarla. E di proteggerla da chi, in malafede, vuole metterla in dubbio. Non è la prima volta che immagini realizzate in Cisgiordania o a Gaza vengono liquidate come falsi e il lavoro dei fotografi palestinesi bollato come propaganda, fino a coniare espressioni come “Pallywood”, una contrazione sprezzante tra Palestina e Hollywood, usata per insinuare un complotto. Ma questa narrazione si regge su un presupposto preciso: l’assenza. Il fatto che l’accesso alla Striscia di Gaza sia vietato alla stampa internazionale crea un vuoto che può essere facilmente riempito dal dubbio. «Fotografi di Hamas», si dice, riducendo la complessità del loro lavoro a un’etichetta che ne annulla la credibilità. Eppure, quando a documentare gli stessi eventi sono fotografi internazionali, con percorsi e reputazioni consolidate, la narrazione si incrina. Questa copertina lo dimostra chiaramenteAnche chi ha una storia, un metodo, una credibilità viene accusato di manipolare o inventare. Ed è qui il punto più pericoloso. Perché accusare un giornalista di dire il falso senza prove non è solo un attacco personale: è un modo per svuotare il giornalismo stesso. Se tutto può essere definito fake, allora niente è più verificabile. E a quel punto non si sta più discutendo della realtà. Si sta cercando di negarla".

Il vero nodo non è la singola fotografia. È il tentativo sistematico di delegittimare ogni racconto che metta in discussione l’operato dello Stato israeliano nei territori palestinesi. Etichettare immagini e testimonianze come “fake”, insinuare complotti mediatici, coniare termini denigratori serve a un obiettivo preciso: spostare il dibattito dai fatti alla loro negazione.

Questo meccanismo è particolarmente pericoloso perché mina alla base il principio stesso di informazione. Se ogni documento può essere definito propaganda senza prove, se ogni giornalista può essere accusato di mentire a prescindere, allora la verità diventa irrilevante. E in questo vuoto prosperano le narrazioni più estreme, spesso sostenute da interessi politici ed economici.

Non è un caso che la polemica si inserisca anche nel contesto italiano, dove alcune testate sono apertamente schierate e legate a gruppi di potere con interessi ben definiti. In questo scenario, l’informazione rischia di trasformarsi in uno strumento di supporto politico più che in un servizio pubblico, contribuendo a polarizzare ulteriormente un tema già esplosivo.

Sostenere acriticamente una delle parti in causa – in questo caso lo Stato ebraico israeliano – ignorando o negando sistematicamente le evidenze documentate sul campo, significa partecipare attivamente a questa distorsione, esserne complici. Non si tratta di scegliere “da che parte stare”, ma di riconoscere che esistono fatti verificabili e che questi fatti, spesso, raccontano una realtà complessa fatta di occupazione, restrizioni e crimini di ogni genere che non possono essere liquidati come propaganda.

Il punto finale è proprio questo: il conflitto non ha bisogno di ulteriori semplificazioni o slogan, ma di uno sforzo serio per difendere il giornalismo e la possibilità stessa di raccontare ciò che accade. Perché quando la realtà viene sistematicamente messa in dubbio, il rischio non è solo la disinformazione. È la perdita completa di qualsiasi terreno comune su cui costruire un confronto basato sui fatti.