A Gerusalemme Est  una suora francese è stata prima spinta a terra e poi presa a calci da un ebreo ultraortodosso: dietro la brutalità del gesto, il volto sempre più arrogante dell’estremismo ebraico e l’ambiguità di uno Stato confessionale che condanna a parole e tollera nei fatti.

Le immagini sono di una violenza inappellabile. A Gerusalemme est, una religiosa cattolica cammina in silenzio nei pressi del Cenacolo, luogo sacro per la cristianità. Alle sue spalle arriva un uomo che la spinge con violenza, facendola rovinare per terra. Prima si allontana e poi torna indietro e la colpisce ancora, stavolta con un calcio, mentre è inerme a terra. Non rabbia improvvisa. Non lite. Non follia casuale. Odio religioso allo stato puro.

Il delinquente responsabile di tale aggressione? Yonah Schreiber, uno dei fondatori dell'associazione "Vittoria Ebraica" insieme all'attivista di destra Moshe Miron, noto per presentarsi alle proteste con il cartello "I sinistroidi sono traditori".

Questa aggressione non è un episodio isolato. È il prodotto di un clima. Da anni, nella Gerusalemme occupata, frange dell’estremismo ebraico ultraortodosso e nazional-religioso molestano sacerdoti, sputano contro religiosi cristiani, profanano luoghi di culto, intimidiscono pellegrini e mettono sotto pressione storiche presenze ecclesiastiche. L’obiettivo è chiaro: affermare una supremazia confessionale e ridefinire con la forza gli equilibri religiosi della città santa.

Di fronte a tutto questo, lo Stato israeliano ripete il suo copione: dichiarazioni di circostanza, formule sulla convivenza, rassicurazioni sulla libertà religiosa. Ma quando gli episodi si ripetono, quando l’estremismo cresce all’ombra di una radicalizzazione politica interna, quando l’intolleranza viene nutrita da un discorso pubblico sempre più identitario e aggressivo, la responsabilità non è più soltanto di chi colpisce: è anche di chi crea il terreno culturale e politico in cui colpire diventa possibile.

Israele ama presentarsi come democrazia pluralista nel Medio Oriente. Ma una democrazia si misura nella protezione concreta delle minoranze, non nei comunicati del ministero degli Esteri dopo l’ennesimo scandalo. Se una suora può essere aggredita in pieno giorno vicino a uno dei luoghi più sacri del cristianesimo, sotto gli occhi di tutti, il problema non è un “caso isolato”: è un fallimento morale e politico.

Gerusalemme dovrebbe essere simbolo di fede, incontro e trascendenza. Sta diventando, invece, il teatro di una sopraffazione settaria sempre più sfacciata.

E quando il fanatismo religioso alza la mano contro una donna consacrata indifesa, non ferisce soltanto una persona: ferisce l’idea stessa di civiltà.
 
Due brevi aggiunte in conclusione. La prima... Se un ebreo si sente autorizzato di fare quel che ha fatto ad una suora francese, figuriamoci cosa può pensare di fare ad un palestinese! 

L'altra considerazione riguarda i "poveri" ebrei della diaspora presenti in Italia, pronti a denunciare come gravissimo atto di antisemitismo una foglia portata dal vento che si posa su una pietra d'inciampo del portico d'Ottavia, ma silenti nel denunciare fatti come quello appena descritto... il motivo? Perché, probabilmente, persino per i Di Segni, le Ottolenghi, i Pacifici, i Fadlun, i Parisi, i Fiano e compagnia cantante sarebbe difficile sostenere che anche di questo sia responsabile il solo Netanyahu e il suo governo.