Quando una flotta civile viene fermata in acque internazionali mentre tenta di portare aiuti a Gaza, il problema non è la “legge elementare della fisica”: è la scelta politica di trasformare la forza militare in ragione morale. E chi, dall'Italia, prova a giustificarla con metafore ciniche, finisce per assolvere l'abuso prima ancora di discuterlo.

C'è un modo particolarmente comodo per stare dalla parte del più forte: fingere che non si tratti di una scelta politica, ma di una legge naturale. È l'argomento usato nell'articolo pubblicato da Setteottobre sulla Global Sumud Flotilla (www.setteottobre.com/flotilla-una-legge-elementare-della-fisica): da una parte il “corpo leggero”, dall'altra la “massa d'acciaio”; da una parte gli attivisti con telecamere, slogan e aiuti; dall'altra uno Stato armato, una marina militare, un blocco navale, la detenzione dei partecipanti. La conclusione è brutale nella sua semplicità: se vai contro l'acciaio, non lamentarti dell'impatto. Come se la politica internazionale fosse un incidente stradale. Come se il diritto fosse una questione di tonnellaggio. Come se il fatto che Israele possa fermare una flottiglia significasse automaticamente che abbia ragione a farlo.

È qui che la polemica diventa necessaria. Non contro una comunità, non contro un'appartenenza religiosa, non contro gli ebrei italiani in quanto tali. La polemica va rivolta contro una precisa postura pubblica: quella di chi, in nome di una solidarietà identitaria con Israele, finisce per giustificare qualsiasi atto dello Stato israeliano, anche quando l'oggetto dello scontro non sono missili, non sono milizie, non sono armi, ma una missione civile diretta verso Gaza con aiuti umanitari e con l'obiettivo dichiarato di denunciare un blocco che strangola una popolazione già devastata dalla guerra.

Davanti a tutto questo, ridurre la vicenda alla “fisica elementare” significa fare una cosa molto precisa: cancellare la responsabilità umana. Affermare che l'acciaio non decide, le onde non decidono, la gravità non decide, gli Stati sì, igoverni sì, iministri sì, i militari che ricevono ordini sì... significa affermare che chi porta cibo agli affamati “se l'è cercata”. Significa trasformare la solidarietà in provocazione. Significa chiamare “ingenuità” ciò che in realtà è testimonianza civile. Significa, soprattutto, sostituire la domanda giuridica e morale — si poteva fare? era legittimo? era proporzionato? era necessario? — con una scrollata di spalle: il mondo è duro, la guerra è guerra, la forza vince.

Ma questa non è analisi. È resa etica.

L'articolo di Setteottobre è interessante proprio perché non si limita a difendere Israele: tenta di costruire un'estetica della sopraffazione. Il linguaggio è levigato, quasi letterario, ma il contenuto è spietato. Gli attivisti diventano comparse narcisiste, il loro gesto viene ridotto a cinema, le loro intenzioni a “pseudo-bontà disarmata”. Dall'altra parte, Israele appare come la massa inevitabile, l'acciaio, la traiettoria, la realtà. È una retorica antichissima: il potente non è potente, è “realista”; il debole non è debole, è “irresponsabile”; chi protesta non denuncia un abuso, “cerca lo scontro”; chi subisce non viene colpito, “accetta il rischio”.

Così si normalizza tutto. Anche il blocco. Anche l'assedio. Anche l'idea che una popolazione affamata debba aspettare il permesso del suo controllore per ricevere aiuti. Anche l'idea che una flottiglia civile sia una minaccia militare solo perché mette in imbarazzo uno Stato armato fino ai denti. Anche l'idea che il mare possa diventare una zona di impunità, purché a pattugliarlo sia la parte considerata amica.

La cosa più grave è che questa giustificazione arriva mentre Gaza continua a essere il centro di una catastrofe umanitaria. Gli attivisti non si sono mossi nel vuoto. Non sono partiti per una gita simbolica. Sono partiti perché Gaza è diventata il luogo in cui fame, bombardamenti, sfollamenti, distruzione delle infrastrutture e controllo degli aiuti si intrecciano in una tragedia che nessuna formula cinica può rendere normale. La flottiglia, piaccia o no, serviva anche a questo: rompere l'assuefazione, costringere il mondo a guardare, dire che portare cibo non può essere trattato come un atto ostile.

Certo, Israele sostiene da anni che il blocco navale sia uno strumento di sicurezza e che le missioni dirette a Gaza possano essere usate politicamente o propagandisticamente dai suoi nemici. È la linea ufficiale, ripetuta anche in occasione di questa vicenda. Ma il punto è proprio questo: una democrazia, se vuole essere giudicata come tale, non può chiedere che ogni sua azione militare venga accolta come automaticamente legittima solo perché invoca la sicurezza. La sicurezza non è una parola magica. Non cancella il diritto internazionale. Non autorizza l'umiliazione dei detenuti. Non trasforma gli aiuti in armi. Non rende irrilevante la proporzionalità. Non permette di trattare chi dissente come un figurante di Hamas.

E allora bisogna dirlo con chiarezza: chi, in Italia, davanti a una flottiglia umanitaria fermata da Israele, sceglie di ironizzare sulla “fisica” dell'impatto, non sta facendo un ragionamento lucido. Sta facendo apologia del fatto compiuto. Sta dicendo che la ragione sta dove sta la forza. Sta dicendo che se un esercito può impedire a una nave civile di arrivare a Gaza, allora quella nave aveva torto a partire. È la stessa logica per cui ogni disobbedienza civile diventa imprudenza, ogni protesta diventa provocazione, ogni vittima diventa corresponsabile della violenza subita.

La storia, però, insegna il contrario. Le grandi proteste civili sono quasi sempre state accusate di essere inutili, teatrali, pericolose, irresponsabili. Chi sfida un sistema di potere viene sempre accusato di “cercare lo scontro”, perché il potere preferisce essere obbedito nel silenzio. Ma proprio per questo il gesto simbolico ha valore: non perché abbatte da solo il muro, ma perché mostra al mondo che il muro esiste. La Flotilla non aveva la forza di piegare militarmente Israele. Non era quello il suo scopo. Il suo scopo era esporre il paradosso: per impedire a una missione civile di portare aiuti a Gaza, Israele deve usare la forza. E quando la usa, mostra esattamente ciò che i promotori della missione volevano denunciare.

La metafora dell'acciaio, dunque, è rivelatrice. Perché chi la usa pensa di accusare gli attivisti di ingenuità, ma finisce per confessare altro: che davanti alla sofferenza palestinese l'unico criterio rimasto è la potenza. Se hai navi militari, hai ragione. Se hai prigioni, hai ragione. Se puoi sequestrare, hai ragione. Se puoi umiliare, hai ragione. Se puoi impedire al cibo di arrivare direttamente a chi ha fame, hai ragione. Questa non è “fisica elementare”: è nichilismo politico travestito da realismo.

Tutti gli ebrei italiani la pensano così? Esistono ebrei italiani ed ebrei nel mondo che criticano duramente l'occupazione, il blocco, i bombardamenti, l'estremismo del governo israeliano. Esistono voci ebraiche che rifiutano di vedere nella solidarietà con i palestinesi una minaccia alla propria identità. Proprio per questo è ancora più grave quando altri, invece, pretendono di parlare da una posizione di superiorità morale mentre giustificano l'ingiustificabile.

La critica va indirizzata lì: contro l'allineamento automatico, contro la difesa tribale dello Stato, contro la trasformazione della memoria in scudo politico, contro l'idea che ogni atto israeliano, perché commesso da uno Stato proclamatosi ebraico, debba essere compreso, contestualizzato, spiegato, giustificato, mentre ogni gesto palestinese o solidale con i palestinesi debba essere sospettato, delegittimato, criminalizzato. È questa asimmetria morale che avvelena il dibattito. Da una parte uno Stato con esercito, marina, intelligence, prigioni, alleanze occidentali. Dall'altra una popolazione devastata e chi prova, anche simbolicamente, a raggiungerla. Eppure il ditino severo viene puntato contro chi porta aiuti, non contro chi li blocca.

In questa vicenda, il linguaggio conta. Parlare di “pseudo-bontà disarmata” non è neutro. È un modo per sporcare la solidarietà. Parlare di “set cinematografico” non è neutro. È un modo per negare la realtà materiale di Gaza. Parlare di “leggi elementari” non è neutro. È un modo per dire che non esistono alternative alla legge del più forte. Ma la politica nasce esattamente per questo: per impedire che la forza sia l'unico ordinamento del mondo.

Il punto non è santificare ogni attivista, né fingere che ogni missione umanitaria sia perfetta, né negare che attorno alla Flotilla vi sia anche una battaglia di comunicazione. Certo che c'è. Ma la comunicazione non è un crimine. La denuncia pubblica non è terrorismo. La disobbedienza civile non è pirateria. E soprattutto: portare cibo verso una popolazione affamata non diventa un atto ostile solo perché mette in difficoltà il governo israeliano.

La vera domanda, allora, è semplice: che cosa resta della coscienza democratica quando l'indignazione si attiva solo per difendere l'immagine di Israele e mai per guardare in faccia la sofferenza di Gaza? Che cosa resta del diritto se ogni volta che Israele usa la forza si risponde che “era inevitabile”? Che cosa resta della memoria storica se viene usata non per riconoscere l'umanità dell'altro, ma per blindare l'impunità di uno Stato?

La Global Sumud Flotilla ha forse perso sul piano materiale: non ha rotto il blocco, non ha cambiato i rapporti di forza, non ha costretto Israele ad arretrare. Ma ha vinto sul piano politico proprio perché ha costretto tutti a scegliere una posizione. C'è chi ha visto navi civili, aiuti, fame, assedio, sproporzione. E c'è chi ha visto soltanto un corpo leggero che non doveva permettersi di sfidare l'acciaio.

È in quella scelta che si misura la distanza tra realismo e cinismo. Il realismo guarda la forza e la giudica. Il cinismo guarda la forza e si inginocchia.