Sanzioni minime contro alcuni coloni ebrei israeliani mentre Gaza brucia e la Cisgiordania viene divorata dagli insediamenti. Bruxelles salva ancora il governo israeliano e i rapporti economici con Tel Aviv. Decisiva l’ambiguità italiana di Tajani.

Per anni l’Unione europea ha assistito quasi immobile all’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania, alle demolizioni di case palestinesi, alle aggressioni dei coloni armati, agli sfollamenti forzati e infine alla devastazione totale di Gaza, consumata sotto gli occhi del mondo tra bombardamenti indiscriminati, assedi e decine di migliaia di morti. Ora, improvvisamente, Bruxelles scopre che forse qualcosa non funziona. Ma lo fa con il consueto linguaggio burocratico delle mezze misure, delle “preoccupazioni”, delle sanzioni simboliche che servono più a salvare la faccia delle istituzioni europee che a incidere realmente sulla politica israeliana.

All’indomani del rilascio degli attivisti della Freedom Flotilla Thiago Ávila e Saif Abukeschek, mentre l’organizzazione prova a riorganizzarsi dalla Turchia dopo l’ennesima repressione israeliana contro iniziative civili dirette verso Gaza, il Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea ha approvato un nuovo pacchetto di sanzioni contro alcuni coloni e gruppi estremisti israeliani accusati di violenze contro i palestinesi. Una decisione presentata dall’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, come un “passaggio dallo stallo alla realizzazione”. Ma basta guardare cosa manca in quel pacchetto per capire la portata reale dell’operazione: nessuna misura contro il governo di Benjamin Netanyahu, nessuna sanzione contro i ministri ultranazionalisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, nessun embargo commerciale sugli insediamenti illegali, nessuna sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele.

In altre parole, l’Europa colpisce alcune pedine marginali, ma continua a proteggere il sistema politico che quelle violenze le alimenta, le giustifica e spesso le incoraggia apertamente. È il paradosso morale e giuridico di Bruxelles: si sanziona il colono che incendia un villaggio palestinese, ma non il governo che finanzia, arma e copre politicamente l’espansione coloniale. Si parla di “violenza estremista”, ma si evita accuratamente di nominare la responsabilità diretta dello Stato israeliano nell’occupazione permanente dei territori palestinesi.

La contraddizione emerge con ancora maggiore forza nel confronto con la linea adottata contro la Russia. Contro Mosca, l’Unione europea ha approvato venti pacchetti di sanzioni e prepara il ventunesimo. Ha colpito oligarchi, imprese, banche, funzionari, commerci, energia, trasporti. Ha costruito un impianto sanzionatorio durissimo fondato sul principio della responsabilità statale. Nel caso israeliano, invece, quel principio scompare improvvisamente. I coloni vengono trattati come schegge impazzite, quasi fossero gruppi autonomi scollegati dal potere politico di Tel Aviv. Eppure perfino all’interno delle istituzioni europee cresce da tempo la consapevolezza che gli insediamenti non siano una deviazione del sistema israeliano, ma uno dei suoi pilastri strategici.

Lo dimostra la stessa reazione furiosa del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, che ha definito le sanzioni “arbitrarie” e fondate su “opinioni politiche”, arrivando a parlare di “equivalenza morale distorta” tra cittadini israeliani e Hamas. Una dichiarazione che contiene, implicitamente, un’ammissione: per il governo israeliano qualunque critica ai coloni equivale ormai a un attacco politico contro Israele stesso. E non potrebbe essere diversamente, visto che molti protagonisti dell’attuale esecutivo provengono direttamente dal movimento coloniale.

Tra i gruppi colpiti dalle misure europee compare anche Regavim, organizzazione fondata proprio da Smotrich e dal suo alleato Yehuda Eliahu. Nella lista figurano inoltre Amana, storica associazione dei coloni nata negli anni Settanta, il gruppo Nachala guidato da Daniella Weiss, la yeshiva Od Yosef Chai, Hashomer Yosh e vari esponenti dei cosiddetti “Giovani delle colline”, protagonisti di raid sempre più violenti contro villaggi palestinesi. Tra questi spiccano nomi come Meir Ettinger, Elisha Yered e Yinon Levi, il colono che nel 2025 uccise l’attivista palestinese Awdah Hathaleen a Masafer Yatta. Ma il punto centrale resta intatto: l’Europa continua a colpire gli esecutori senza toccare i mandanti politici.

Nel frattempo, sul terreno, la situazione in Cisgiordania assume ogni giorno caratteristiche sempre più apertamente paramilitari. Un’inchiesta del Norwegian Refugee Council ha denunciato perfino violenze sessuali e abusi sistematici utilizzati per costringere le comunità palestinesi ad abbandonare le proprie terre. Villaggi come Khirbet Tana, Sinjil, Qusra, Abu Falah o Luban al Sharqiya vengono attaccati quasi quotidianamente. Eppure Bruxelles continua a discutere per mesi persino sull’ipotesi di vietare l’importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti illegali.

In questo scenario, il ruolo dell’Italia appare particolarmente grave. Il governo guidato da Giorgia Meloni avrebbe potuto contribuire a costruire una maggioranza favorevole a misure economiche più incisive, sostenute apertamente da Spagna, Irlanda, Francia e Svezia. Invece il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scelto la strada dell’ambiguità procedurale, rifugiandosi dietro l’assenza di una proposta formale della Commissione europea. Una posizione che a Bruxelles viene interpretata da molte organizzazioni per i diritti umani come un vero e proprio sabotaggio politico delle iniziative più dure contro Tel Aviv.

Non è un caso che Claudio Francavilla di Human Rights Watch abbia accusato apertamente Tajani di “remare contro” le misure commerciali. Dietro il linguaggio diplomatico italiano si intravede infatti una scelta politica precisa: evitare qualunque frattura con Israele, anche di fronte a una guerra che ha distrutto Gaza e a un’espansione coloniale che ormai cancella quotidianamente ogni prospettiva di soluzione negoziata.

L’Unione europea continua così a oscillare tra indignazione retorica e paralisi politica. Da una parte finanzia programmi di sostegno ai palestinesi colpiti dalla violenza dei coloni; dall’altra mantiene intatti gli accordi economici, commerciali e strategici con il governo che quella violenza rende possibile. È una doppiezza che logora la credibilità internazionale dell’Europa e alimenta l’idea, sempre più diffusa nel mondo arabo e nel Sud globale, di un Occidente disposto a difendere il diritto internazionale soltanto quando conviene geopoliticamente.

Per questo le sanzioni approvate a Bruxelles, pur rappresentando una novità rispetto all’immobilismo degli anni passati, appaiono ancora largamente insufficienti. Arrivano dopo mesi di massacri, devastazioni e denunce internazionali. Arrivano solo grazie alla pressione dell’opinione pubblica europea, delle piazze e delle organizzazioni umanitarie. Arrivano, soprattutto, senza mettere realmente in discussione il rapporto privilegiato tra Europa e Israele.

E finché quel rapporto resterà intoccabile, le sanzioni contro qualche colono rischieranno di apparire soltanto come un’operazione cosmetica, utile a tranquillizzare le coscienze europee mentre l’occupazione continua ad avanzare.