L’Italia si trova oggi davanti ad una serie di problemi reali e urgenti: immigrazione incontrollata, inflazione galoppante, stipendi bassi che non tengono il passo con il costo della vita, pensioni povere e irraggiungibili, un tessuto sociale sempre più fragile. Dietro queste difficoltà si nascondono decenni di politiche fallimentari, perlopiù di matrice sinistra, che hanno progressivamente indebolito il Paese, portando all’estinzione del ceto medio e relegandolo sulla soglia della povertà.
Per anni, il mantra della sinistra è stato “buonismo”, “solidarietà”, “accoglienza”. Una retorica buona per giustificare l'immobilismo e le scelte poco realistiche. Aprire le frontiere e ospitare chiunque arrivasse senza controllo veniva presentato come un dovere morale. Il sindacato, che di concerto con la sinistra avrebbe dovuto difendere lavoratori e pensionati, ha troppo spesso chiuso un occhio di fronte a salari stagnanti e condizioni di vita sempre più precarie. Qual è stato il risultato? Quartieri degradati, sicurezza compromessa, un sistema sociale al collasso. Quel “buonismo” si è rivelato non solo controproducente, ma addirittura pernicioso.
La stessa sinistra che oggi si scandalizza se qualcuno osa difendere le forze dell’ordine, criticare certa magistratura, combattere l’immigrazione incontrollata e rimuovere il reddito di cittadinanza e i superbonus edilizi, è la stessa che ha accettato senza fiatare i diktat di Bruxelles. Gli esponenti italiani dei precedenti governi di centrosinistra si sono presentati a Bruxelles col cappello in mano, pronti a farsi dare qualche briciola in cambio della nostra sovranità. Hanno firmato patti che hanno svenduto la nostra industria, riducendo l’Italia al fanalino di coda d’Europa, con una moneta unica che, scambiando due mila lire per un euro, ha contribuito a schiacciare la nostra economia invece di sostenerla. L’Unione Europea, lungi dall’essere una madre benevola, si è rivelata una vera matrigna. Ma la responsabilità non è dell’Europa in sé: è di chi ha rappresentato il nostro Paese come uno zerbino, senza orgoglio né dignità.
La domanda che molti si pongono è se la soluzione consista nell’uscire dall’euro e dall’Unione Europea, come ha fatto l’Inghilterra con la Brexit. La risposta è no: non è questione di esserci o meno, ma di come ci si sta. Fino a ieri i nostri premier si inchinavano ai burocrati europei pur di essere considerati "europeisti", ottenendo in cambio qualche briciola. Giorgia Meloni ha rotto questo schema: tratta a testa alta, difende l’interesse nazionale senza timore di contraddire chiunque.
È un cambiamento epocale, che però deve tradursi in risultati concreti sul terreno di stipendi, pensioni, fiscalità e welfare.
I danni prodotti da decenni di scelte sbagliate non spariranno da un giorno all’altro. Ma è indispensabile lavorare per contenerli, non per alimentarli.
Oggi servono azioni concrete.
Gli italiani che hanno scelto di voltare pagina votando il centrodestra si aspettano risposte reali: stipendi adeguati al costo della vita, superamento della legge Fornero, sicurezza pubblica, trasporti efficienti, lotta all’evasione fiscale, una sanità, una giustizia e una scuola all’altezza delle aspettative e delle tasse pagate.
Se la destra non sarà capace di mantenere queste promesse, rischia di diventare una fotocopia della sinistra. E in quel caso, gli italiani farebbero bene, alle prossime elezioni politiche, a preferire l’originale.


