"Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio'. Ma adesso non posso trattenermi dall'usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì. Anche solo pronunciare questa parola, ‘genocidio', in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno stato genocida.E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. Genocidio. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza. Resto disperatamente fedele all'idea dei due Stati, principalmente perché non vedo alternative. Sarà complesso e sia noi sia i palestinesi dovremo comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c'è un altro piano. Credo sia una buona idea il riconoscimento di uno Stato palestinese e non capisco l'isteria che l'ha accolta qui in Israele. Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un'entità ambigua come l'autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele".
Così la senatrice a vita Liliana Segre ha poi commentato in un'intervista a La Repubblica, le dichiarazioni rilasciate in precedenza sempre allo stesso quotidiano dallo scrittore israeliano David Grossman:
"Quello di Grossman è un ammonimento giusto perché, quando si arriva ad affamare una popolazione - per quanto le responsabilità siano condivise con Hamas (e anche questo Grossman lo dice) - il rischio di arrivare all'indicibile esiste. Ed è veramente straziante per me vedere Israele sprofondato in un simile abominio, con alcuni ministri fanatici che, con gli occhi fuori dalle orbite, gridano propositi di virulenta disumanità, oppure con gruppi di coloni che compiono vergognose azioni squadristiche ai danni di palestinesi inermi in Cisgiordania.Anche Grossman, con la sua eccezionale sensibilità, avverte il pericolo dell'uso strumentale e parossistico dell'anatema ‘genocidio' che fin dal giorno successivo al 7 ottobre viene fatto qui in occidente. E infatti dice “Dobbiamo trovare il modo per uscire da questa associazione fra Israele e il genocidio. Prima di tutto, non dobbiamo permettere che chi ha sentimenti antisemiti usi e manipoli la parola genocidio”. Se in Israele il problema è quello di arrestarsi sull'orlo dell'abisso, qui in Europa il problema è duplice: aiutare israeliani e palestinesi che in quell'abisso rischiano di sprofondare, ma al tempo stesso non far dilagare qui la barbarie culturale che un acritico arruolamento su uno o sull'altro dei due fronti più estremi sta producendo. Per questo mi sono sempre opposta e continuo a oppormi a un uso del termine genocidio che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo. È uno scrollarsi di dosso la responsabilità storica dell'Europa, inventando una sorta di contrappasso senza senso, un ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell'Israele di oggi dipinto come nuovo nazismo".
Le dichiarazioni di Liliana Segre sono, francamente, sconfortanti. E no, non perché manchino di umanità – al contrario, sono intrise di dolore sincero – ma perché mostrano una totale distorsione del dibattito e un rifiuto ostinato di vedere il diritto internazionale per quello che è: uno strumento oggettivo, non una cartina al tornasole della memoria storica dell'Europa.
Parlare oggi di "genocidio" in riferimento a Israele non è – e non dovrebbe essere – un paragone con lo sterminio degli ebrei per mano dei nazisti. Chi lo dice o lo pensa, manca completamente il punto.
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948 è stata scritta proprio dopo l'Olocausto per prevenire il ripetersi di atti che mirano alla distruzione, anche parziale, di un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. Ebbene, oggi abbiamo distruzione sistematica di infrastrutture civili, affamamento deliberato di una popolazione, ostruzione degli aiuti umanitari, retorica disumanizzante da parte di ministri e alti ufficiali israeliani, uccisione indiscriminata di civili – tutto documentato, e non da chiacchieroni da bar, ma da organizzazioni internazionali, esperti legali, Nazioni Unite.
Segre, come Grossman, sembra più preoccupata dell'impatto simbolico del termine "genocidio" sull'identità ebraica che del contenuto reale delle accuse. È comprensibile, umanamente, ma non è accettabile sul piano del diritto né su quello della giustizia. La sofferenza ebraica del passato non autorizza nessuno a chiudere gli occhi davanti a un crimine commess oggi – non importa chi lo commette.
Parlare oggi di genocidio non è "parossismo", non è "vendetta culturale", non è "antisemitismo mascherato". È una chiamata alla responsabilità. È dire: nessuno è al di sopra della legge, nemmeno Israele.
La memoria dell'Olocausto non dovrebbe diventare uno scudo dietro cui coprire altri crimini, ma una bussola morale che ci impone di riconoscerli, denunciarli, fermarli – chiunque ne sia l'autore.
Insistere che usare la parola "genocidio" oggi sia una forma di delegittimazione del popolo ebraico è una posizione pericolosa. È un modo per bloccare la discussione, per zittire chi denuncia. È, di fatto, un tradimento dello spirito di Norimberga, che non voleva mai più impunità per nessuno.
E quindi no, senatrice Segre, con tutto il rispetto per la sua storia: non è l'uso della parola genocidio a essere barbarie culturale. È il rifiuto di ascoltare le prove, è la minimizzazione sistematica, è la negazione della realtà che si consuma sotto gli occhi del mondo.


