C’è qualcosa di profondamente stonato nel dibattito pubblico contemporaneo. Da un lato la politica e il mainstream si ergono a custodi inflessibili del diritto internazionale, pronti a puntare il dito contro leader stranieri come Donald Trump per presunte violazioni e atti unilaterali sul piano globale. Dall’altro lato, però, gli stessi attori sembrano improvvisamente distratti e addirittura silenti – ma chi tace acconsente – quando le violazioni riguardano i diritti dei cittadini italiani, persino quelli ‘acquisiti’, come nel caso delle norme previdenziali.

E allora la domanda sorge spontanea: perché quando si parla di pensioni, e quindi di vita reale, lavoro, dignità e diritti acquisiti, il tono cambia? Perché nessuno grida allo scandalo quando vengono calpestati diritti che milioni di lavoratori consideravano ‘acquisiti’? 

Il nodo centrale è noto: la Riforma Fornero, introdotta tra il 2011 e il 2012. Un intervento che ha trasformato radicalmente il sistema previdenziale italiano, innalzando l’età pensionabile ed estendendo a tutti il metodo contributivo, generalmente meno favorevole rispetto al precedente sistema retributivo.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Chi ha iniziato a lavorare negli anni ’90, spesso con stipendi modesti e senza reali possibilità di costruire una pensione integrativa, si trova, oggi, davanti ad uno scenario completamente diverso da quello che gli era stato prospettato. Non si va più in pensione a 65 anni: bisogna arrivare almeno a 67, con ulteriori adeguamenti legati alla speranza di vita. E, come se non bastasse, l’assegno sarà più basso, perché calcolato sui contributi effettivamente versati e non sugli ultimi stipendi.

In altre parole: lavorare di più per guadagnare di meno.

 E allora la domanda ritorna inevitabile: che fine hanno fatto i cosiddetti “diritti acquisiti”?

Chi oggi si avvicina alla pensione aveva costruito la propria vita – mutui, famiglia, aspettative – su regole precise. Quelle regole sono cambiate in corsa. Non gradualmente, rispettando l’anzianità di servizio, non con un patto condiviso, ma con un intervento drastico giustificato dall’emergenza economica del tempo.

Una scelta che, secondo molti, era necessaria per la sostenibilità dei conti pubblici, in una fase in cui si temeva perfino di non riuscire a pagare le pensioni già in essere.

Ma una necessità economica può davvero cancellare un principio fondamentale come la certezza del diritto?

È qui che si concentra il cuore della questione. Non si tratta di negare le difficoltà del sistema né di ignorare i vincoli finanziari. Si tratta piuttosto di riconoscere che le regole del gioco sono state modificate mentre la partita era già in corso, e che il prezzo è stato pagato soprattutto da una generazione precisa: quella oggi sospesa tra promesse passate e realtà presenti.

Il paradosso è evidente. Si invocano principi e legalità quando si guarda al resto del mondo, ma si accetta il silenzio quando dinamiche analoghe si manifestano in casa nostra. Due pesi e due misure, con un minimo denominatore in comune: il mondo sta scivolando verso un ordine predatorio dove le persone non contano niente, dove il diritto internazionale e gli stessi diritti dei cittadini sono taglieggiati dalla legge del più forte Questo è il risultato di anni di progressivo smantellamento dell’ordine internazionale e dell’ordine sociale!

E allora forse il vero scandalo non è solo nelle decisioni prese, ma nella mancanza di un dibattito onesto e coerente. Perché i diritti, se sono davvero tali, non dovrebbero essere negoziabili a seconda della convenienza politica o economica.

L’Italia è il Paese UE con l’età pensionabile più alta: 67 anni. Una soglia insostenibile, ma destinata a salire. Un disastro tutto italiano.
Il Governo Meloni, che aveva promesso di superare la legge Fornero, non ha fatto altro che peggiorare la situazione.
Ad oggi, l’Italia è l’unico Paese Ue con un doppio svantaggio: età pensionabile più alta e assegni pensionistici più bassi.
Ma nessuno s’incazza… neppure i diretti interessati!

DICIAMO NO ALLA FORNERO e CHIEDIAMO DI ANDARE IN PENSIONE A 65 anni!

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