Le pensioni costano troppo? Il sistema non è più sostenibile? Sono domande che tornano ciclicamente, spesso accompagnate da un sottinteso ancora più inquietante: che fine hanno fatto i milioni e milioni di euro versati dai lavoratori nelle casse dell’Inps per garantirsi una vecchiaia dignitosa?
Le pensioni sarebbero in attivo se si separasse l'assistenza dalla previdenza: chi ha pagato, e i lavoratori hanno sempre pagato, devono ricevere la pensione e la devono ricevere al compimento del 65 anno di età. L'assistenza, ovvero le pensioni sociali, le invalidità, la cassa integrazione, i sussidi, gli strumenti di sostegno al reddito, sono giusti, ma devono essere pagati con la fiscalità generale cioè li pagano tutti, non quelli che hanno già versato i contributi Inps e lavorato tutta la vita!
Il nuovo Documento di Finanza Pubblica presentato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti da una risposta che non fa presagire nulla di buono: la spesa previdenziale è destinata a crescere nei prossimi anni, con un picco previsto nel 2041. Una traiettoria che non lascia spazio a illusioni, stretta tra invecchiamento della popolazione, calo delle nascite e margini di bilancio sempre più risicati.
Eppure, mentre i numeri descrivono una realtà complessa e urgente, la politica sembra aver scelto un’altra strada: evitare il problema. Di fatto, il tema è progressivamente scomparso dal dibattito pubblico.
Destra, sinistra e centro - maggioranza e opposizione - hanno smesso di affrontarlo, preferendo rifugiarsi in contrapposizioni ideologiche, tra fascismo e antifascismo, più funzionali a una campagna elettorale permanente che alla ricerca di soluzioni concrete.
Sul fronte delle pensioni, il Governo Meloni, che aveva promesso il “superamento” della Legge Fornero, ha rapidamente fatto marcia indietro dopo le elezioni, mancando l’obiettivo.
La riforma, infatti, non solo non è stata 'superata', ma è stata ulteriormente irrigidita, con l’innalzamento dell’età pensionabile fino a 67 anni e 6 mesi. Un dato che contrasta con la media europea, pari a 64,4 anni per gli uomini e 63,4 per le donne, e in alcuni Paesi persino più bassa.
Il problema italiano, però, è più profondo e affonda le radici in scelte compiute decenni fa. Le pensioni “baby” hanno lasciato un’eredità pesante, ma il vero nodo mai sciolto resta la mancata separazione tra previdenza e assistenza. Oggi i contributi dei lavoratori finanziano non solo le pensioni maturate, ma anche un’ampia gamma di prestazioni assistenziali: pensioni sociali, invalidità, cassa integrazione, sussidi, strumenti di sostegno al reddito. Tutto confluisce nello stesso calderone, gestito dall’Inps, rendendo sempre più difficile valutare la reale sostenibilità del sistema.
Si tratta di una scelta politica, non tecnica. Separare previdenza e assistenza significherebbe chiarire chi paga cosa e, soprattutto, individuare risorse per finanziare il welfare al di fuori dei contributi dei lavoratori. Ma questo richiede coraggio: significa intervenire dove le risorse effettivamente si concentrano e mettere in discussione interessi consolidati.
Se però manca la volontà di farlo... “Non ci resta che piangere”, come direbbe il buon Troisi.
Oppure si può fare appello a quel consueto spirito creativo che emerge nei momenti di crisi. Se la politica continuerà a muoversi con disinvoltura tra l’impossibile e il ridicolo, le soluzioni del futuro potrebbero essere degne di un film distopico.
Perché, di questo passo, non è difficile immaginare scenari surreali: un’età pensionabile spinta fino a 100 anni, così da ridurre i beneficiari ad una ristretta élite di superstiti "ultracentenari", oppure la messa all’asta dei “gioielli di famiglia” - dal Colosseo al Duomo di Milano alla Torre di Pisa - confidando che il ricavato serva per pagare le pensioni e non venga risucchiato nel solito “magna-magna” nazionale.
Del resto, tra l’impossibile e il ridicolo, la politica italiana ha sempre mostrato una certa disinvoltura.
Noi, nel nostro piccolo, non restiamo fermi a guardare.
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