Il presidente del Senato invoca memoria condivisa tra partigiani e repubblichini. Ma la storia, documentata e crudele, dice altro: non c'è equidistanza possibile tra chi ha liberato e chi ha torturato.

Non è una gaffe. Non è una frase detta a metà. È una linea politica precisa. Quando Ignazio Benito Maria La Russa afferma che il 25 aprile rifarebbe l'omaggio “ai partigiani e poi ai caduti della Repubblica di Salò” in nome della pacificazione, non sta cercando un terreno comune: sta riscrivendo il significato stesso della Liberazione. E lo fa riferendosi al giorno più simbolico della democrazia italiana, quello in cui si celebra la fine del fascismo e la nascita della Repubblica.

Il punto è semplice, ed è storico prima ancora che politico: non si può mettere sullo stesso piano chi combatteva per la libertà e chi difendeva un regime criminale. Non è una questione di opinioni. È una questione di fatti.

La Repubblica di Salò, nata sotto l'ombrello della Germania nazista, non fu una parentesi neutra o una tragedia simmetrica. Fu uno strumento di repressione, di violenza, di collaborazionismo attivo. I cosiddetti “repubblichini” non furono soldati qualunque travolti dalla storia, ma in molti casi parteciparono direttamente a rastrellamenti, torture, deportazioni. Civili arrestati, oppositori eliminati, famiglie distrutte. È questo il contesto che si tenta di diluire dietro la parola “pacificazione”.

Eppure le prove sono lì, nero su bianco. Gli archivi, aperti dopo decenni di vergognoso oscuramento, raccontano una verità scomoda ma incontestabile. Tra questi, il cosiddetto Armadio della vergogna, un insieme di documenti rimasti nascosti per anni, che raccolgono centinaia di fascicoli su crimini di guerra commessi in Italia. Studiati da storici come Michela Ponzani, quei dossier dimostrano in modo inequivocabile il ruolo attivo dei repubblichini nella macchina della repressione nazifascista.

Non si tratta di propaganda. Si tratta di atti processuali, testimonianze, ricostruzioni rigorose. Raccontano di esecuzioni sommarie, di torture sistematiche, di collaborazioni con le SS. Raccontano, in sostanza, di un sistema di violenza organizzata contro civili e oppositori politici. Altro che “caduti” da commemorare alla pari.

E allora la domanda è inevitabile: che cosa significa davvero “pacificazione”? Se significa cancellare le responsabilità storiche, allora è una parola vuota. Se significa equiparare vittime e carnefici, allora è un'operazione pericolosa. Perché la memoria non è un terreno neutro, ma il fondamento stesso della democrazia.

Il 25 aprile non è una festa qualsiasi.

È il giorno in cui l'Italia ha scelto da che parte stare. Dalla parte della libertà contro la dittatura, della democrazia contro il totalitarismo. “Non c'è pace senza verità, e non c'è verità senza responsabilità”: è questo il nodo che le parole di La Russa cercano di sciogliere con un colpo di spugna.

Il contesto politico in cui arrivano queste dichiarazioni rende tutto ancora più grave. In un Paese dove il revisionismo strisciante riemerge ciclicamente, dove si tenta di ridimensionare il fascismo o di presentarlo come una fase tra le altre, il richiamo alla “memoria condivisa” rischia di diventare un cavallo di Troia. Un modo per normalizzare ciò che normale  non è.

Perché il fascismo non è un'opinione tra le altre. È stato un regime che ha abolito le libertà, perseguitato gli oppositori, promulgato leggi razziali, collaborato allo sterminio. E chi lo ha difeso fino all'ultimo, armi alla mano, non può essere trasformato in un simbolo neutro o, peggio, in un eroe mancato.

L'idea che la pacificazione passi attraverso l'equiparazione è, semplicemente, falsa. La storia non si pacifica cancellandone i conflitti, ma riconoscendoli. E il conflitto tra Resistenza e fascismo non è mai stato una guerra civile tra pari: è stato uno scontro tra libertà e oppressione.

Non si può chiedere ai morti della Resistenza di condividere la memoria con chi li ha uccisi”. Perché dietro ogni tentativo di ammorbidire il giudizio sul fascismo si nasconde il rischio di svuotare di senso la democrazia stessa.

La verità è che quella pacificazione evocata non esiste e non esisterà mai. Non perché gli italiani siano incapaci di riconciliarsi, ma perché non si può costruire alcuna riconciliazione sulla rimozione delle colpe. Il fascismo è l'opposto della pace, l'opposto della democrazia, l'opposto di ciò che il 25 aprile rappresenta.

E allora il punto non è unire tutto e tutti sotto una bandiera neutra. Il punto è scegliere, ancora una volta, da che parte stare.