L'introduzione di dazi del 15% da parte degli Stati Uniti rischia di colpire duramente il tessuto produttivo italiano, in particolare le esportazioni verso il mercato americano, che per molte aziende rappresentano un pilastro economico. Le stime più allarmanti parlano di un calo complessivo del 14% dell'export nazionale, con un impatto economico stimato in 8,6 miliardi di euro l'anno e la perdita potenziale di oltre 103mila posti di lavoro, secondo un'analisi del Formez.

Confartigianato sottolinea come, in media, il mercato statunitense valga il 13,4% delle esportazioni per ogni impresa italiana attiva all'estero. Ma il dato più preoccupante arriva da un gruppo ben definito di 6.259 imprese italiane fortemente esposte: queste aziende destinano più del 50% del loro export totale agli USA, per un valore complessivo di 11,1 miliardi di euro. Tra queste, oltre 5.800 sono micro e piccole imprese, che impiegano circa 51.700 persone e generano un export diretto verso gli Stati Uniti pari a 4,2 miliardi. Settori come moda e meccanica sono tra i più esposti e quindi i più a rischio.

Particolarmente critica la situazione per il comparto agroalimentare, dove gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato extra-UE. Coldiretti stima una perdita potenziale superiore al miliardo di euro. Il vino italiano, che da solo vale 1,9 miliardi di euro di export verso gli USA, potrebbe subire un colpo da oltre 290 milioni di euro. L'Unione Italiana Vini alza ulteriormente l'allarme, stimando un danno vicino ai 317 milioni nei prossimi 12 mesi.

Segue a ruota l'olio extravergine di oliva, il cui export supera i 937 milioni di euro: i dazi impatteranno per oltre 140 milioni. Nemmeno la pasta di semola resterà indenne: finora esente da tariffe, rischia ora una perdita da 74 milioni di euro.

Più stabile, ma comunque sotto osservazione, il comparto dei formaggi: sebbene già soggetti a dazi tra il 10% e il 15%, le incertezze legate all'abolizione delle quote potrebbero frenare l'export, che nel 2024 ha superato i 486 milioni di euro.

In sintesi, i nuovi dazi minacciano non solo i numeri dell'export italiano, ma l'intera filiera produttiva, soprattutto quella delle piccole imprese che costituiscono l'ossatura economica del Paese. Il rischio concreto è una frenata brusca per settori strategici, con conseguenze pesanti su occupazione e PIL

Le reazioni dei rappresentanti di vari settori delle PMI...

Marco Granelli, presidente di Confartigianato: «L'accordo sui dazi Usa al 15% mette fine all'incertezza di questi mesi ma non sarà indolore per le nostre imprese, poiché quello statunitense è il secondo mercato mondiale, dopo la Germania, per l'export made in Italy, con un valore di 66,8 miliardi di euro, pari al 10,4% delle nostre vendite all'estero. E proprio negli Stati Uniti, negli ultimi 5 anni, gli imprenditori italiani hanno messo a segno la maggiore crescita di esportazioni: +57%, pari ad un aumento di 24,2 miliardi».

Riccardo Garosci, vicepresidente di Confcommercio con incarico all'Internazionalizzazione: «Un importante passo avanti perché siamo usciti dalla fase dell'incertezza che rende meno negativa la visione di insieme, anche se l'impatto sull'export italiano rimane preoccupante, così come il contraccolpo che ci arriva dagli altri Paesi importatori. In questo momento storico più che mai, in cui il mercato soffre, non solo per i dazi, ma anche per i conflitti internazionali, dobbiamo cercare nuovi alternativi mercati fino ad ora sottovalutati o con potenziali importanti».

Dario Costantini, presidente della CNA: «Si scrive 15 ma si legge 30% ed è una tassa ingiusta e sproporzionata che penalizza il Made in Italy ma avrà riflessi negativi anche sull'economia americana. Sono necessari sostegni e compensazioni e ci attendiamo a breve la riattivazione del tavolo sull'export a Palazzo Chigi per un confronto su strumenti e criteri per mettere a disposizione del sistema delle imprese i 25 miliardi assicurati dal governo». L'impatto dei dazi al 15% vanno a sommarsi all'apprezzamento dell'euro sul dollaro di quasi il 15%.

Ettore Prandini, presidente Coldiretti: «L'accordo siglato con Washington è chiaramente più vantaggioso per l'economia americana che per quella europea. Stiamo assistendo anche al fatto che il documento a base dell'accordo non coincide nemmeno con quello statunitense, una situazione lesiva della credibilità stessa dell'Europa».