Quarantaquattro giorni di guerra in Medio Oriente sono bastati per presentare all'Europa un conto salatissimo: oltre 22 miliardi di euro in più per importare combustibili fossili. A dirlo è la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha parlato apertamente dell'impatto economico del conflitto in Iran e del rischio di nuove tensioni energetiche.

Un dato che colpisce – “44 giorni, 22 miliardi di euro, senza una sola molecola di energia in più” – ma che, più che una sorpresa, suona come una confessione.

Perché quei 22 miliardi non sono solo il costo della guerra. Sono il prezzo di anni di ritardi, compromessi e scelte politiche che hanno lasciato l'Europa esposta, fragile, dipendente. Dipendente proprio da quelle fonti fossili che oggi diventano arma geopolitica ogni volta che scoppia un conflitto.

La stessa von der Leyen ha invocato “unità” e “coordinamento tra Stati membri”. Parole già sentite. Parole che però si scontrano con una realtà ben diversa: un'Unione che, nonostante proclami ambiziosi sul Green Deal, non ha mai davvero accelerato quanto necessario sulla transizione energetica.

Negli ultimi anni Bruxelles ha annunciato piani, strategie, obiettivi. Ma nei fatti:

  • le autorizzazioni per impianti eolici e solari restano lente e farraginose,
  • le infrastrutture di rete non sono state adeguate alla crescita delle rinnovabili,
  • gli investimenti sono rimasti inferiori rispetto alle necessità reali,
  • la dipendenza da gas e petrolio esteri è rimasta strutturale.

E mentre si parlava di transizione ecologica, si continuavano a finanziare – direttamente o indirettamente – infrastrutture legate al gas, spesso giustificate come “soluzioni ponte”. Un ponte che, però, non finisce mai.

A frenare questa transizione non sono stati solo i limiti tecnici o burocratici. C'è anche un elemento politico evidente: la pressione costante dei governi e dei movimenti sovranisti, che hanno fatto della difesa delle fonti fossili una bandiera.

Paesi membri che hanno rallentato obiettivi comuni, chiesto deroghe, difeso interessi nazionali legati a gas e petrolio. E una Commissione che, invece di imporre una linea chiara e coerente, ha spesso scelto il compromesso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ogni crisi internazionale si traduce automaticamente in una crisi energetica europea.

Le parole della presidente della Commissione sul conflitto iraniano confermano un punto cruciale: l'Europa non ha ancora costruito una vera autonomia energetica.

Se bastano poche settimane di tensione per generare decine di miliardi di extracosti, significa che il sistema è ancora profondamente sbilanciato. E significa che la transizione verso le rinnovabili non è stata trattata come una priorità strategica, ma come un obiettivo negoziabile.

Il paradosso è evidente: mentre l'Unione si presenta come leader globale nella lotta al cambiamento climatico, continua a pagare prezzi altissimi per mantenere in vita un modello energetico basato su fonti fossili importate. E ogni volta che una crisi internazionale colpisce il Medio Oriente, il conto arriva puntuale.

Non è solo un problema economico. È una questione politica, industriale e di sicurezza.

La guerra in Iran rappresenta l'ennesimo campanello d'allarme. Ma la domanda è sempre la stessa: servirà davvero a cambiare rotta?

Perché senza una svolta radicale – semplificazione autorizzativa, investimenti massicci, infrastrutture adeguate e una linea politica meno condizionata dai sovranismi energetici – quei 22 miliardi rischiano di essere solo l'inizio. E allora sì, l'unità evocata da Bruxelles sarà importante. Ma non basterà.

Quello che manca, ancora oggi, è il coraggio di fare davvero a meno delle fonti fossili.