Islamabad si prepara a diventare il cuore della diplomazia mondiale, ma l’atmosfera è tutt’altro che distesa. Sabato nella capitale pakistana dovrebbero aprirsi i negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran, mediati da Islamabad, ma alla vigilia del vertice tutto appare appeso a un filo.
Teheran ha infatti posto una condizione netta: nessuna partecipazione ai colloqui finché Israele continuerà gli attacchi in Libano. Una linea che rischia di far saltare l’intero processo negoziale ancora prima del suo avvio.
Fonti iraniane hanno smentito l’arrivo della propria delegazione in Pakistan, chiarendo che la presenza ai negoziati dipenderà esclusivamente da uno stop immediato delle operazioni militari israeliane in Libano.
Per Teheran, Beirut non è un fronte secondario ma parte integrante dell’accordo di cessate il fuoco. Senza il coinvolgimento del Libano – e quindi senza la fine delle ostilità contro Hezbollah – qualsiasi intesa viene considerata priva di valore.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, avrebbero una “finestra limitata” per contenere Israele. In caso contrario, avvertono da Teheran, la tregua è destinata a crollare.
Sul tavolo dei negoziati c’è anche uno dei punti più critici della crisi: lo Stretto di Hormuz.
Washington chiede il ripristino immediato del traffico marittimo internazionale, dopo il blocco quasi totale imposto dall’Iran. Prima della guerra, attraverso quel passaggio transitava circa un quinto del petrolio mondiale, con oltre 140 navi al giorno. Nelle prime 24 ore di tregua, invece, si è registrato il passaggio di appena una petroliera e cinque navi cargo.
Teheran non intende però cedere senza contropartite. La richiesta è chiara: fine delle operazioni israeliane in Libano e riconoscimento del proprio ruolo strategico nella regione, inclusa la gestione dello stretto.
Il presidente statunitense Donald Trump ha accusato l’Iran di violare gli impegni presi, parlando di una gestione “molto scadente” del traffico petrolifero.
Parole che aumentano la tensione, mentre resta incerto quali misure Washington sia pronta a prendere per forzare la riapertura dello stretto.
Sul terreno, intanto, la situazione contraddice apertamente la logica della tregua.
L’esercito israeliano ha condotto nuovi raid nel sud del Libano, colpendo postazioni di lancio dopo il lancio di razzi verso il nord di Israele. Hezbollah ha risposto con attacchi mirati contro infrastrutture militari israeliane, arrivando a colpire anche aree centrali del Paese.
Secondo fonti israeliane, circa dieci razzi sono stati lanciati dal Libano, alcuni intercettati, altri caduti in aree aperte. Un missile ha colpito un’abitazione causando danni materiali. Le sirene sono risuonate in più città, mentre le forze di sicurezza lavorano per mettere in sicurezza le aree colpite.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la disponibilità ad avviare negoziati diretti con il Libano “il prima possibile”, con l’obiettivo dichiarato di disarmare Hezbollah.
Tuttavia, Israele continua a considerare il Libano un teatro operativo attivo, mantenendo raid e operazioni militari. Una posizione che alimenta lo scontro con la lettura iraniana e pakistana dell’accordo, secondo cui Beirut sarebbe parte integrante della tregua.
Dietro le quinte, Washington starebbe cercando di contenere l’escalation: secondo fonti americane, Trump avrebbe chiesto a Netanyahu di ridurre l’intensità degli attacchi per non compromettere i negoziati con Teheran.
La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, già fragile, mostra dunque crepe evidenti.
Da un lato, il blocco dello Stretto di Hormuz continua a paralizzare i mercati energetici globali. Dall’altro, gli attacchi israeliani in Libano rendono impossibile una de-escalation credibile agli occhi di Teheran.
Il rischio concreto è che il negoziato di Islamabad si trasformi in un’occasione mancata, con il conflitto pronto a riesplodere su più fronti: dal Golfo Persico al Libano, fino a coinvolgere nuovamente l’intera regione.
E mentre le delegazioni si preparano – o minacciano di non arrivare – una cosa appare chiara: la pace, per ora, resta lontana.


