In vent'anni, tra crediti d'imposta e sussidi, lo Stato ha riversato centinaia di miliardi nel sistema produttivo. Ma il confronto con il Superbonus smaschera una verità scomoda: dove finiscono i soldi conta più di quanto se ne spendono.
C'è una cifra che dovrebbe dominare il dibattito pubblico e invece resta nascosta tra pieghe contabili e narrazioni politiche: circa 800 miliardi di euro di aiuti di Stato alle imprese negli ultimi vent'anni. Una montagna di denaro pubblico distribuita tra incentivi fiscali, contributi a fondo perduto, garanzie e agevolazioni. E se a questa si somma il costo del debito necessario a finanziarla, il conto supera facilmente i 1.000 miliardi.
Eppure, a fronte di questa spesa colossale, la crescita italiana resta anemica, discontinua, fragile. Il punto non è più quanto si spende. Il punto è come e soprattutto a chi vengono dati quei soldi. Ed è qui che il confronto con il Superbonus diventa politicamente esplosivo.
Negli ultimi due decenni, gli aiuti di Stato sono stati una costante trasversale a tutti i governi, da destra a sinistra. Nessuno escluso. La stima più realistica parla di una media tra i 30 e i 60 miliardi l'anno, con picchi ben più alti durante le crisi – dalla grande recessione del 2008 fino alla pandemia e allo shock energetico.
Queste risorse, nella maggior parte dei casi, non sono “assegni” diretti ma strumenti indiretti: crediti d'imposta, sgravi, garanzie pubbliche. Ma il risultato non cambia: sono comunque debito o minori entrate, quindi costi per lo Stato. Considerando un tasso medio del 2-3% sul debito, il solo peso degli interessi imputabili a questa massa di aiuti si colloca tra i 300 e i 400 miliardi cumulati.
Tradotto: una parte consistente delle tasse degli italiani serve semplicemente a pagare il costo finanziario di politiche di sostegno di cui, troppo spesso, non si conoscono nemmeno i benefici reali.
Il problema, infatti, non è solo quantitativo ma qualitativo. Gli aiuti tradizionali alle imprese – soprattutto quelli rivolti alla media e grande industria – presentano un limite strutturale: il loro impatto sul PIL è lento, incerto e spesso disperso.
Una quota rilevante di queste risorse finisce in investimenti dilazionati, rafforzamento patrimoniale, distribuzione di dividendi o lungo filiere globali. Risultato: il cosiddetto moltiplicatore fiscale, cioè l'effetto sulla crescita, resta modesto... se non addirittura nullo. Le stime più diffuse indicano valori ottimistici compresi tra 0,3 e 0,8. In altre parole, per ogni euro speso, il PIL cresce meno di un euro.
E qui emerge la contraddizione politica più clamorosa.
Il tanto criticato Superbonus – simbolo, secondo l'attuale governo guidato da Giorgia Meloni, di sprechi e distorsioni – ha dimostrato esattamente il contrario sul piano macroeconomico.
Sì, è stato costoso. Sì, è stato gestito male. Ma ha avuto un effetto che nessun altro strumento recente ha saputo replicare: trasmettere rapidamente la spesa pubblica all'economia reale.
Il motivo è semplice: il denaro è stato distribuito in modo capillare tra piccole imprese, artigiani, lavoratori, famiglie. Filiera corta, spesa immediata, forte radicamento domestico. Il risultato è stato un moltiplicatore stimato tra 1 e 1,3 nel breve periodo, con effetti visibili sul PIL già nell'arco di pochi mesi.
È un dato empirico, non ideologico. E racconta una verità che la politica continua a ignorare:
“Non conta quanto spendi, ma dove arrivano i soldi.”
Qui sta il punto più scomodo per Meloni e i suoi mnistri e, più in generale, per l'intero sistema decisionale italiano.
Per anni si è scelto di sostenere in modo prevalente segmenti strutturati dell'economia, nella convinzione che fossero il motore della crescita. Ma i numeri raccontano un'altra storia: una parte significativa di quelle risorse si è dispersa senza generare sviluppo proporzionato.
Al contrario, quando lo Stato ha investito – anche in modo imperfetto – nella microeconomia diffusa, l'effetto è stato immediato. Più lavoro, più reddito, più consumi. Più PIL.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché si continua a privilegiare strumenti meno efficaci?
La risposta, per quanto scomoda, è politica. Gli aiuti tradizionali sono più facili da gestire, più controllabili, più coerenti con assetti consolidati di potere economico. Il Superbonus, invece, ha avuto un difetto imperdonabile: ha distribuito risorse in modo troppo diffuso, troppo veloce, troppo poco controllabile dall'alto.
Le conseguenze di questa impostazione sono sotto gli occhi di tutti. Un debito pubblico sempre più oneroso, una crescita che fatica a decollare, una struttura produttiva che resta fragile nonostante decenni di sostegni.
E soprattutto una narrazione distorta: si demonizza uno strumento per i suoi eccessi, ma si continua a finanziare senza reale valutazione d'impatto un sistema di aiuti molto più costoso nel lungo periodo e molto meno efficace.
È una contraddizione che pesa come un macigno sulla credibilità delle politiche economiche.
Il punto finale è semplice, quanto brutale.
In vent'anni lo Stato ha speso – tra aiuti e interessi – oltre mille miliardi per sostenere le imprese, ma senza una strategia chiara, senza una valutazione rigorosa dei risultati, senza trasparenza.
Il Superbonus, con tutti i suoi errori, ha dimostrato che un'altra strada è possibile: sostenere la piccola impresa e l'economia reale produce effetti immediati sulla crescita.
Continuare a ignorarlo non è più solo una scelta discutibile.
È un errore politico.
E, a questo punto, anche economico.


