La tensione nel Golfo Persico torna a salire bruscamente. Gli Stati Uniti hanno attaccato e sequestrato una nave cargo battente bandiera iraniana, accusata di aver tentato di eludere il blocco navale imposto da Washington nei pressi dello Stretto di Hormuz. L’episodio, avvenuto domenica, rischia di far saltare il fragile cessate il fuoco in scadenza nei prossimi giorni e riaccende i timori di un’escalation militare.

Si tratta della prima intercettazione da quando, la scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno avviato il blocco dei porti iraniani. La reazione di Teheran è stata immediata: il comando militare congiunto ha definito l’azione americana un atto di “pirateria” e una violazione della tregua.

Secondo quanto dichiarato dal presidente Donald Trump, un cacciatorpediniere statunitense nel Golfo dell’Oman avrebbe intimato l’alt alla nave Touska per ore, prima di colpirne la sala macchine “aprendo un varco” e immobilizzandola. I marines hanno poi preso il controllo dell’imbarcazione, ora sotto custodia americana. Non è chiaro se vi siano stati feriti. Il Comando Centrale USA ha parlato di “avvertimenti ripetuti per sei ore”, senza fornire ulteriori dettagli.

L’episodio arriva in un momento delicatissimo per i rapporti tra Washington e Teheran. Solo pochi giorni fa Trump aveva annunciato nuovi colloqui in Pakistan, ma ora l’intero processo negoziale appare in forte dubbio.

I media di Stato iraniani suggeriscono che il secondo round di trattative potrebbe non avere luogo. Il presidente Masoud Pezeshkian, in una conversazione con il premier pakistano, ha accusato gli Stati Uniti di comportamenti “prepotenti e irragionevoli”, sostenendo che la diplomazia di Washington, come già avvenuto in passato, non sia affatto credibile.

Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha parlato di “cattive intenzioni” e “mancanza di serietà” da parte americana. Teheran ha inoltre smentito ufficialmente le notizie su un secondo incontro a Islamabad, definendole parte di una strategia mediatica di pressione.

Nel frattempo, dal lato statunitense, la Casa Bianca continua a parlare di preparativi in corso. Il vicepresidente JD Vance dovrebbe guidare la delegazione insieme agli emissari Steve Witkoff e Jared Kushner. Tuttavia, l’assenza di conferme iraniane lascia il negoziato sospeso nel vuoto.

L’incertezza ha avuto un impatto immediato sui mercati. Il prezzo del petrolio è tornato a salire, alimentando i timori di una crisi energetica globale destinata ad aggravarsi.

Lo Stretto di Hormuz è uno snodo cruciale: circa un quinto del petrolio mondiale transita da queste acque, insieme a gas naturale e forniture essenziali. Attualmente centinaia di navi risultano bloccate ai due estremi dello stretto, in attesa di poter passare.

L’Iran ha ribadito di voler mantenere il controllo del traffico marittimo fino alla fine del conflitto, imponendo rotte obbligatorie, certificazioni e pagamenti. Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a esercitare una pressione economica crescente nei confronti dell'Iran attraverso il blocco navale.

A complicare ulteriormente il quadro sono le dichiarazioni dello stesso Trump, che ha minacciato di colpire infrastrutture chiave iraniane in caso di mancato accordo: centrali elettriche, ponti e altre strutture strategiche. Parole che hanno suscitato critiche e timori sul piano internazionale. L'Irna ha minacciato, poi, di fare altrettanto prendendo di mira le infrastrutture critiche dei Paesi del Golfo.

Con la tregua in scadenza e i negoziati in stallo, il rischio è che lo scontro torni a intensificarsi proprio in uno dei punti più strategici e sensibili del pianeta. E le conseguenze, ancora una volta, potrebbero estendersi ben oltre la regione.