Energia, il conto della propaganda: adesso Meloni festeggia il nuovo debito ottenuto dall'Ue per fare ciò che avrebbe dovuto fare col PNRR
Per anni il governo Meloni ha ripetuto che il problema del caro energia era colpa dell'Europa. Prima il Green Deal, poi l'ETS, poi le regole sugli aiuti di Stato, poi la transizione ecologica. Ogni volta un bersaglio diverso, purché lontano da Palazzo Chigi. Ora però arriva una risposta che rischia di smontare una parte consistente di questa narrazione.
La Commissione europea, attraverso il commissario all'Economia Valdis Dombrovskis, ha aperto alla possibilità di utilizzare maggiore flessibilità di bilancio per investimenti energetici. Una concessione che il governo italiano rivendica come un successo diplomatico. Ma dietro la propaganda c'è una domanda che nessuno a Roma sembra voler affrontare: perché oggi l'Italia dovrebbe fare nuovo debito per finanziare investimenti che avrebbe dovuto realizzare con le risorse del PNRR?
La flessibilità concessa da Bruxelles non serve infatti a ridurre le accise, a finanziare sconti sulla benzina o a distribuire bonus una tantum. Serve a investire in pannelli solari, sistemi di accumulio, batterie, pompe di calore, efficienza energetica e riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. In altre parole, proprio in quelle tecnologie che avrebbero dovuto rappresentare uno dei pilastri della modernizzazione energetica del Paese.
E qui emerge tutta la contraddizione dell'azione del governo.
Quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, l'Italia disponeva della più grande occasione di investimento pubblico della sua storia recente: oltre 190 miliardi di euro tra PNRR e fondi complementari. Una quota significativa era destinata proprio alla transizione energetica, all'efficienza, alle rinnovabili e alla riduzione della dipendenza dal gas.
Invece di accelerare, il governo ha rallentato.
Le modifiche al PNRR hanno ridimensionato o rinviato numerosi interventi. Il dibattito pubblico è stato occupato da polemiche ideologiche contro le auto elettriche, da continui attacchi alle politiche climatiche europee e da un'insistenza quasi ossessiva sul gas naturale come soluzione di lungo periodo. Nel frattempo altri Paesi europei hanno continuato a installare impianti fotovoltaici, sistemi di accumulo e infrastrutture per l'elettrificazione dei consumi.
Oggi il risultato è sotto gli occhi di tutti.
L'Italia continua a dipendere in misura significativa dalle importazioni di combustibili fossili. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e nell'area del Golfo fanno impennare i prezzi internazionali dell'energia e il sistema produttivo nazionale rimane esposto agli shock esterni. Esattamente il problema che gli investimenti nelle rinnovabili avrebbero dovuto attenuare.
La risposta del governo è chiedere più deficit.
Ma il paradosso è evidente: si invoca nuovo debito per realizzare opere che avrebbero potuto essere finanziate con fondi europei già disponibili e in larga misura a fondo perduto. È come se una famiglia lasciasse inutilizzato un contributo per ristrutturare casa e poi, qualche anno dopo, chiedesse un mutuo per fare gli stessi lavori.
Ancora più singolare è la polemica sull'ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Palazzo Chigi continua a presentarlo come una sorta di tassa imposta da Bruxelles, dimenticando che il modo migliore per ridurne l'impatto economico è proprio investire rapidamente nelle fonti rinnovabili e nell'efficienza energetica. Meno gas si consuma, meno si è esposti ai costi delle emissioni. È una logica semplice, quasi elementare.
Eppure negli ultimi anni il governo ha preferito trasformare l'Europa nel capro espiatorio di ogni difficoltà energetica, evitando di spiegare perché l'Italia stia procedendo più lentamente del necessario nella costruzione di un sistema energetico moderno e meno dipendente dalle fonti fossili.
Adesso arriva Bruxelles a ricordare una verità scomoda: la flessibilità c'è, ma va usata per investire nella transizione energetica. Non per rinviare il problema. Non per distribuire sussidi temporanei. Non per alimentare un modello basato ancora sul gas.
La vera domanda, dunque, non è perché l'Europa conceda oggi più margini di bilancio. La vera domanda è perché il governo Meloni abbia bisogno di fare altro debito per finanziare interventi che avrebbe dovuto avviare tre anni fa utilizzando le risorse del PNRR.
Perché ogni anno perso nella transizione energetica non si paga soltanto in termini ambientali. Si paga anche in bollette più alte, in maggiore dipendenza dall'estero e, adesso, in nuovo debito pubblico che graverà sulle generazioni future.
Promemoria
Il governo italiano aveva chiesto alla Commissione europea di estendere alla crisi energetica la stessa flessibilità di bilancio concessa per le spese militari. In una lettera a Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni aveva sostenuto che non fosse spiegabile ai cittadini il fatto che Bruxelles consentisse maggiore deficit per la difesa ma non per aiutare famiglie e imprese colpite dal caro energia.
La risposta di Bruxelles tramite Dombrovskis
Dombrovskis ha aperto alla flessibilità, ma ponendo un vincolo molto preciso:
"I governi potranno utilizzare una quota della flessibilità fiscale già concessa per la difesa per finanziare investimenti nella transizione energetica".
In concreto:
- fino allo 0,3% del PIL all'anno nel 2026, 2027 o 2028;
- con un tetto massimo dello 0,6% del PIL complessivo nei tre anni.
Dove possono andare i soldi
La Commissione ha indicato esplicitamente alcuni settori:
- pannelli solari;
- batterie e accumulo;
- pompe di calore;
- veicoli elettrici;
- interventi per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.
Dove NON possono andare
È questo il punto più interessante sul piano politico.
Dombrovskis ha escluso misure come:
- tagli generalizzati delle accise;
- sussidi ai carburanti;
- interventi che incentivino il consumo di combustibili fossili.
Secondo la Commissione, le risorse devono servire a ridurre strutturalmente la dipendenza energetica, non ad abbassare temporaneamente il prezzo di benzina e gasolio.
Il messaggio politico a Roma
La linea di Dombrovskis può essere riassunta così:
"Sì alla flessibilità, ma solo se investite nella transizione energetica."
Si tratta di una posizione coerente con quanto il commissario aveva già sostenuto nelle settimane precedenti, quando aveva insistito sulla necessità che gli interventi fossero "temporanei e mirati" e non producessero un aumento del consumo di fonti fossili. In sostanza, Dombrovskis ha detto all'Italia: se volete spendere di più, fatelo per fotovoltaico, accumuli, pompe di calore ed efficienza energetica; non per tenere artificialmente bassi i prezzi dei combustibili fossili.
Il commento del ministro del MEF, Giorgetti, ovvero quando un governo è senza vergogna...
"Sono soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche degli indicatori contenuti nelle raccomandazioni della commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà nella gestione della finanza pubblica italiana".
Il commento della premier Meloni, ovvero quando un politico ha completamente perso la testa, tanto da credere che tutti gli italiani siano diventati degli imbecilli...
"La Commissione europea ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. E questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro, nei prossimi tre anni, per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili e le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nel corso degli scorsi giorni avevo scritto personalmente alla Presidente von der Leyen per affrontare la questione e ribadire come, in questa fase, fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, è un risultato che in molti consideravano impossibile, ma che abbiamo costruito con determinazione, con pazienza, e che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi, e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa.E vale anche per quello che è accaduto qualche giorno fa con l’accordo raggiunto, sempre in Europa, sul nuovo Regolamento rimpatri. Un accordo storico, frutto anche del nostro lavoro, grazie al quale chi non ha diritto a restare nell’Unione europea potrà essere rimpatriato in modo più rapido ed efficace. E, inoltre, con le nuove regole sarà possibile aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi, seguendo la strada aperta dal protocollo con l’Albania. Una soluzione innovativa che la sinistra ha tentato di contrastare in ogni modo, ma che grazie a questo Governo è diventata, oggi, uno strumento a disposizione dell’Europa intera. Difendere i confini, ridurre drasticamente gli sbarchi, rimpatriare subito chi non ha titolo a stare qui: l’Italia ha indicato la strada, e oggi l’Europa la sta percorrendo".