Prima i proclami, poi i numeri. E quando i numeri iniziano a incrinare la narrazione, diventa inevitabile chiedersi se il "miracolo occupazionale" rivendicato dal governo di Giorgia Meloni non fosse, almeno in parte, sostenuto da un gigantesco motore esterno: i miliardi del PNRR, quel Piano nazionale di ripresa e resilienza che la destrameloniana ha sempre criticato in campagna elettorale salvo poi intestarsi ogni dato positivo arrivato negli anni successivi. Ora che quella spinta straordinaria si avvia progressivamente verso la conclusione, il mercato del lavoro sembra cominciare a mostrare le prime crepe.
I dati provvisori diffusi dall'Istat relativi a maggio 2026 raccontano infatti una realtà meno scintillante di quella descritta dalla propaganda di Palazzo Chigi. Gli occupati diminuiscono di 22 mila unità rispetto ad aprile, i disoccupati calano anch'essi di 22 mila persone, ma non perché tutti abbiano trovato un lavoro: semplicemente aumenta il numero degli inattivi, cioè di coloro che smettono perfino di cercarne uno. Sono ben 59 mila in più in un solo mese.
È uno di quei dati che raramente finiscono nei comunicati trionfalistici del governo. Perché una diminuzione della disoccupazione accompagnata da una crescita dell'inattività non rappresenta necessariamente una buona notizia. Anzi. Significa che una parte delle persone esce completamente dal mercato del lavoro, rinunciando persino alla ricerca di un'occupazione.
Il tasso di occupazione scende così al 63%, perdendo uno 0,1% su base mensile, mentre il tasso di inattività sale al 33,6%, in crescita di due decimi di punto. Numeri piccoli, certo, ma sufficienti per interrompere quella narrazione fatta di record continui e successi senza ombre.
Il primo scricchiolio dopo anni di slogan?
Da mesi il governo Meloni utilizza ogni dato positivo sull'occupazione come certificazione della bontà della propria politica economica. Ogni incremento viene presentato come il risultato diretto delle riforme dell'esecutivo, quasi che il mercato del lavoro italiano si sia improvvisamente trasformato grazie alla semplice presenza dell'attuale maggioranza.
Peccato che gli economisti abbiano sempre ricordato come gran parte della crescita degli ultimi anni sia stata sostenuta dall'enorme massa di investimenti pubblici collegati al PNRR. Opere pubbliche, digitalizzazione, transizione ecologica, incentivi alle imprese, cantieri diffusi sul territorio: miliardi di euro europei che hanno inevitabilmente alimentato domanda di lavoro.
Una circostanza che rende oggi legittima una domanda piuttosto scomoda: cosa accadrà quando quell'enorme flusso di denaro inizierà davvero a esaurirsi?
I dati di maggio non consentono ovviamente conclusioni definitive, ma rappresentano un primo segnale che merita attenzione.
I contratti a termine continuano a diminuire
Il calo dell'occupazione mensile è determinato esclusivamente dai lavoratori dipendenti a termine, che scendono a 2 milioni e 388 mila unità. Crescono invece i dipendenti "permanenti" (che non hanno nulla a che vedere con quelli a tempo indeterminato), arrivati a 16 milioni e 588 mila, e aumentano anche gli autonomi, che raggiungono quota 5 milioni e 360 mila.
Su base annua il saldo rimane positivo, con 228 mila occupati in più rispetto a maggio 2025. Ma anche qui il dato merita una lettura meno propagandistica.
L'incremento deriva infatti dalla crescita dei dipendenti permanenti (+275 mila) e degli autonomi (+198 mila), mentre i lavoratori a termine diminuiscono di ben 244 mila unità. Numeri che possono essere interpretati in modi differenti e che certamente non autorizzano il racconto semplicistico di un mercato del lavoro in continua espansione.
Cala la disoccupazione, ma aumentano quelli che rinunciano
Ancora più delicata è la dinamica della disoccupazione. Il tasso scende al 5%, mentre quello giovanile passa al 15,1%, in diminuzione di ben 1,3 punti. Sembrerebbe un'ottima notizia. Ma contemporaneamente cresce il numero degli inattivi.
È qui che il quadro cambia completamente prospettiva.
Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano di 59 mila unità nel solo mese di maggio. L'incremento interessa uomini e donne e quasi tutte le classi d'età, ad eccezione dei giovani tra i 25 e i 34 anni. In altre parole, una parte delle persone esce dal mercato del lavoro e smette perfino di figurare tra i disoccupati.
È il motivo per cui il semplice calo del tasso di disoccupazione non può essere automaticamente interpretato come un miglioramento generale.
Nel trimestre il quadro resta positivo
Guardando al trimestre marzo-maggio rispetto ai tre mesi precedenti, il bilancio rimane favorevole. Gli occupati aumentano di 119 mila unità. Le persone in cerca di lavoro diminuiscono di 68 mila. Anche gli inattivi calano di 38 mila. Segno che la tendenza di medio periodo continua ancora a mantenere una certa solidità.
Ma proprio il dato mensile suggerisce prudenza. Perché spesso i cambiamenti di fase iniziano proprio con piccoli segnali apparentemente marginali.
Il rischio della fine dell'effetto PNRR
Ed è qui che torna inevitabilmente il grande convitato di pietra: il PNRR. Per anni una parte della politica che oggi governa ha guardato con diffidenza il Piano europeo, criticandone vincoli, condizioni e impostazione. Poi, una volta arrivata a Palazzo Chigi, ogni inaugurazione, ogni cantiere, ogni dato positivo sull'occupazione è stato raccontato come una vittoria esclusiva del governo.
Una narrazione che rischia però di essere messa alla prova proprio nei prossimi mesi.
Perché il PNRR non è infinito. Le risorse europee hanno un orizzonte temporale preciso e, con il loro progressivo esaurimento, verrà meno anche quella poderosa iniezione di investimenti pubblici che ha sostenuto numerosi comparti dell'economia.
A quel punto non basteranno più conferenze stampa, slogan o video sui social per rivendicare risultati.
Sarà il mercato del lavoro, senza stampelle straordinarie, a dire se l'economia italiana è davvero diventata più forte oppure se molti dei successi raccontati finora erano alimentati soprattutto da una gigantesca spinta finanziaria arrivata da Bruxelles.
Perché una domanda, ormai, si impone quasi da sola: quando finirà l'"aiutone" europeo tanto criticato in passato e tanto sfruttato nella comunicazione politica del presente, il governo Meloni riuscirà davvero a mantenere gli stessi risultati o inizierà a scoprire che governare senza il vento del PNRR alle spalle è molto più difficile che intestarsene i meriti?


