Ogni volta che si è all’opposizione, la musica è la stessa: si promette il mondo intero, si pretendono riforme epocali e si evocano soluzioni semplici per problemi complessi. Salario minimo a 9 euro l’ora, aumenti generalizzati degli stipendi, riforma delle pensioni, riduzione delle tasse, abolizione delle accise sulla benzina, più medici e infermieri per abbattere le liste d'attesa e così via. Una lunga lista di desiderata che galvanizza l’opinione pubblica e viene ripetuta come un mantra da leader e partiti pronti a prendere il posto del governo in carica.

Peccato che, puntualmente, quando si arriva a Palazzo Chigi o nei ministeri, tutto diventa impossibile. Non solo per difficoltà tecniche o contesti economici sfavorevoli: la verità che emerge è che “i soldi non ci sono”, che il "debito pubblico è un macigno", che “la realtà è un’altra”, che “le priorità sono altre”. Eppure, guarda caso, quando si tratta di acquistare armi, finanziare opere faraoniche spesso inutili, varare superbonus o garantire prebende e sussidi a pioggia, i fondi si trovano sempre.

Basta scorrere l’attualità per cogliere l’incongruenza. La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha recentemente bocciato senza mezzi termini il salario minimo a 9 euro l’ora, misura sostenuta con forza dall’opposizione. Il rischio, ha spiegato, è che una soglia rigida “ingessi” la dinamica salariale e riduca il valore della contrattazione collettiva, arrivando persino a far saltare i contratti esistenti.

Il governo ha dunque spiegato la sua posizione.

Ma viene spontanea una domanda: perché PD e M5S non hanno introdotto il salario minimo quando erano loro a governare, e ora pretendono che lo faccia l’attuale esecutivo?

La risposta, amara ma sotto gli occhi di tutti, è che governare significa fare i conti con la dura realtà dei vincoli di bilancio, delle pressioni dei mercati finanziari e delle alleanze internazionali. Significa soprattutto scegliere le priorità politiche, e purtroppo spesso queste non coincidono con gli interessi dei lavoratori e dei pensionati. Anzi, il più delle volte l’agenda politica privilegia la spesa militare, infrastrutture costose e discutibili, o sussidi poco mirati, lasciando ai margini chi invece meriterebbe un concreto sostegno.

Ciò non significa che le critiche all’opposizione siano sempre ingiuste. Il dibattito sul salario minimo, sulla riforma delle pensioni o sulla riduzione delle tasse è necessario e merita approfondimenti seri. Ma serve anche un po’ di onestà intellettuale e politica: promettere tutto e il contrario di tutto è fin troppo facile quando si è fuori dal governo; molto più difficile è trasformare quelle promesse in realtà, confrontandosi con i numeri reali.

Al governo spetta il compito arduo di fare scelte ponderate, bilanciando interessi contrapposti e garantendo sostenibilità. Tuttavia, spesso si preferisce evitare scelte coraggiose sul fronte del lavoro e del welfare, mentre si trovano risorse per capitoli di spesa tutt’altro che essenziali, anzi spesso sprechi veri e propri.

L’appello allora è a una maggiore coerenza e trasparenza: se il salario minimo e l’aumento degli stipendi sono davvero priorità, lo si dica apertamente e si lavori per renderli possibili. Se non è possibile, lo si spieghi senza nascondersi dietro slogan o promesse elettorali. Il Paese, i cittadini, meritano meno illusioni e più responsabilità, a prescindere dal colore politico di chi governa.