Negli ultimi anni, l'espressione "narcisismo maligno" è passata dalla letteratura psicoanalitica specialistica al dibattito politico mainstream, in particolare in relazione a Donald Trump, ma più in generale riflettendo una tendenza internazionale più ampia, quella di interpretare la leadership politica attraverso categorie psicologiche, soprattutto quando il comportamento appare insolitamente estremo, polarizzante o destabilizzante.
Il concetto di narcisismo maligno fu originariamente sviluppato dallo psicoanalista tedesco Erich Fromm, che lo utilizzò per descrivere una pericolosa struttura di personalità che combina grandiosità narcisistica con aggressività, paranoia e mancanza di empatia. Fromm la definì, in una frase diventata celebre, la "quintessenza del male", una formulazione che intendeva cogliere non solo la patologia individuale, ma anche le sue potenziali conseguenze sociali e politiche. (MindSite News)
In seguito, lo psicoanalista Otto Kernberg ampliò il concetto, definendo il narcisismo maligno come una sindrome che fonde tratti di personalità narcisistica con comportamenti antisociali, pensieri paranoici e "aggressività egosintonica". In una recente intervista, Kernberg ha affermato esplicitamente che la condotta politica di Donald Trump mostra caratteristiche chiave di questo schema, tra cui megalomania, vendicatività e la volontà di ignorare i vincoli morali pur di prevalere.
È proprio questo schema che è stato adottato – in modo controverso – da alcuni psicologi americani per interpretare il comportamento di Trump. Tra le voci più autorevoli c'è quella di John Gartner, psicologo clinico ed ex professore alla Johns Hopkins University, che ha ripetutamente sostenuto che Trump manifesta quelle che lui considera le quattro componenti distintive del narcisismo maligno: narcisismo, paranoia, sociopatia e sadismo. Ha persino organizzato petizioni firmate da decine di migliaia di professionisti della salute mentale che avvertivano che questi tratti potrebbero rendere Trump inadatto alla leadership.
In recenti apparizioni sui media statunitensi, Gartner si è spinto oltre, affermando che il comportamento di Trump riflette non solo il narcisismo maligno, ma anche un declino cognitivo. Ha suggerito che segni come un linguaggio disorganizzato, vuoti di memoria e una retorica sempre più aggressiva potrebbero indicare una combinazione di demenza e una sottostante struttura patologica della personalità, che a suo avviso amplifica tratti come la megalomania e la paranoia. (The Daily Beast])
Questa linea interpretativa è condivisa da altri commentatori e professionisti della salute mentale. Nel 2024, oltre 200 medici hanno firmato una lettera aperta affermando che Trump mostrava sintomi di quello che definivano un "grave disturbo di personalità incurabile: il narcisismo maligno", sostenendo che il suo comportamento rappresentava un rischio per le istituzioni democratiche. ([The Guardian]
Allo stesso tempo, il dibattito è tutt'altro che concluso ed è profondamente controverso all'interno della comunità psichiatrica. Una delle questioni centrali è che il narcisismo maligno non è ancora diagnosi ufficiale nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Rimane un costrutto teorico, sebbene con una lunga e solida tradizione psicoanalitica.
Un punto di contesa altrettanto importante è di natura etica: la cosiddetta Regola Goldwater, stabilita dall'American Psychiatric Association, scoraggia i professionisti dal diagnosticare personaggi pubblici senza un esame clinico diretto.
In altre parole, i sostenitori di Trump ritengono che applicare etichette psichiatriche ai leader politici a distanza rischia di trasformare il linguaggio clinico in un'arma politica.
La replica del contesto medico-scientifico, tra cui la psichiatra forense Bandy Lee, mette fine ai giochi: un comportamento osservabile può essere sufficiente a sollevare legittime preoccupazioni nell'opinione pubblica, soprattutto quando l'individuo in questione detiene un potere immenso.
Il dibattito pubblico americano si è quindi evoluto in qualcosa di più ampio di una questione riguardante un singolo individuo. Riflette una tensione più ampia tra due modi di interpretare la leadership politica. Da un lato, i sostenitori di Trump spesso inquadrano il suo comportamento come un segno di forza, autenticità e resistenza alle élite consolidate. Dall'altro, il mondo professionale e la gente comune che vedono schemi di impulsività, aggressività ed egocentrismo che sembrano corrispondere alle descrizioni cliniche offerte da Fromm, Kernberg e Gartner.
Recenti articoli sui media statunitensi e internazionali hanno intensificato questa discussione. Gli analisti hanno evidenziato quella che descrivono come una comunicazione sempre più erratica, una crescente ostilità verso i presunti nemici e uno stile politico incentrato sul dominio personale e sullo spettacolo. Alcuni psicologi sostengono che questi modelli non siano semplicemente strategici, ma riflettano strutture di personalità più profonde che modellano il processo decisionale ai massimi livelli di potere. (EL PAÍS English)
Il dibattito sul cosiddetto “malignant narcisism” applicato a Donald Trump non può essere risolto in modo definitivo sul piano clinico: il livello è politico.
Le teorie di Erich Fromm e Otto Kernberg, riprese oggi da figure come John Gartner e Bandy Lee, offrono strumenti interpretativi potenti ma controversi, ma la questione assume un peso diverso quando si sposta dal piano teorico a quello istituzionale.
Se una parte della comunità scientifica e dell’opinione pubblica ritiene che determinati tratti psicologici possano influenzare in modo significativo il comportamento di un leader, allora il problema non è più solo diagnostico, ma riguarda la sicurezza e la stabilità delle istituzioni democratiche.
In questo senso, negli Stati Uniti, strumenti costituzionali come l’impeachment o il ricorso al 25° Emendamento sono stati pensati proprio per gestire la rimozione di un presidente che venga ritenuto incapace di esercitare le proprie funzioni in modo adeguato per ragioni di salute.
La domanda centrale non è soltanto se Trump possa essere descritto attraverso categorie come il narcisismo maligno, ma fino a che punto una democrazia sia disposta a tollerare comportamenti percepiti come destabilizzanti. La possibilità stessa di una rimozione diventa allora il punto estremo di questo confronto: non più una questione teorica, ma una prova concreta dei meccanismi di difesa delle istituzioni.
In un’epoca in cui la personalità dei leader pesa tanto, il caso Trump segna un passaggio cruciale: non si tratta solo di interpretare il potere, ma di stabilire quando e come limitarlo.

