C’era una volta la politica estera fatta di dossier, diplomazia e alleanze. Poi è arrivato Donald Trump, e qualcuno deve aver pensato: “E se provassimo a gestirla come una diretta social?”

Partiamo dai dazi, ormai diventati una sorta di coltellino svizzero: servono a tutto, anche a cose che con il commercio c’entrano quanto un tostapane con la politica nucleare. L’ultima trovata? Colpire con tariffe fino al 25% i Paesi che commerciano con l’Iran, una mossa che rischia di mettere mezzo mondo nella lista nera commerciale . Risultato: invece di isolare Teheran, si rischia di isolare… tutti gli altri.

Nel frattempo, sul fronte energetico, la situazione ha preso una piega degna di una simulazione andata male. Tra minacce militari, tensioni nello Stretto di Hormuz e escalation continua, il petrolio ha ricominciato a correre e i mercati a tremare. Non esattamente il sogno di chi sperava in benzina a buon mercato: quando si gioca a Risiko con le rotte energetiche globali, il conto arriva sempre alla pompa.

E poi c’è la guerra. Annunciata, smentita, rilanciata. Secondo le notizie più recenti, Washington ha minacciato azioni devastanti contro l’Iran mentre Teheran risponde con avvertimenti altrettanto muscolari . Il tutto condito da dichiarazioni che oscillano tra “è quasi finita” e “potremmo annientarli”, spesso nello stesso giro di interviste. Una strategia? Più che altro un trailer continuo senza montaggio finale.

Nel frattempo, l’ossessione per il nucleare iraniano resta il pretesto principale. Peccato che, come spesso accade, tra intelligence, propaganda e realtà, la linea sia più sfumata di quanto venga raccontato al pubblico. Ma nella versione trumpiana della geopolitica, il dubbio è un optional: meglio una certezza urlata che una complessità spiegata.

Le capitali europee parlano a mezza voce, ma il disagio è palpabile. Da Parigi a Berlino, passando per Roma, il timore è che le decisioni vengano prese altrove e comunicate a giochi fatti, trasformando alleanze multilaterali in una sorta di gruppo chat dove qualcuno scrive e gli altri leggono. Non proprio l’ideale quando sul tavolo ci sono dossier che riguardano sicurezza, energia e stabilità regionale.

Dulcis in fundo, Benjamin Netanyahu, sempre più libero di dettare la propria agenda, muovendosi con margini di manovra che raramente si erano visti.  Non tanto una “sudditanza” formale di Donald Trump, quanto un allineamento asimmetrico: Washington sostiene, Israele decide i tempi e i modi.

Nel 2017, la psichiatra Bandy X. Lee curò il volume The Dangerous Case of Donald Trump, una raccolta di saggi scritti da vari professionisti della salute mentale (psichiatri, psicologi clinici, esperti di trauma e comportamento).

Gli autori analizzarono discorsi pubblici, interviste, comportamenti osservabili nei media e trassero valutazioni descrittive, come tendenza all'impulsività, comunicazione fortemente reattiva e polarizzante, bisogno marcato di attenzione e riconoscimento, difficoltà nel tollerare critiche o sconfitte.

Non mancarono coloro che contestarono quei professionisti affermando che uno psichiatra non dovrebbe fare diagnosi pubbliche su persone che non ha esaminato direttamente e senza consenso.
Giusto, vero, verissimo, ma non si erano sbagliati.