C'è un testo antico, potentissimo, che sembra scritto per i tempi che viviamo. È la parabola di Iotam, nel Libro dei Giudici (capitolo9), quella che descrive gli alberi che cercano di darsi un re. Si rivolgono agli alberi migliori — ulivo, fico, vite — ma tutti rifiutano. Sono troppo impegnati a produrre valore, a dare frutti, a servire la comunità. Alla fine, il potere lo accetta il rovo: sterile, inutile, ma aggressivo. E minaccioso.
È difficile non pensare a questa immagine leggendo il trionfalismo con cui Giorgia Meloni ha commentato l'approvazione del quinto decreto sicurezza del suo governo. Un testo che, nelle parole della premier, “rafforza la tutela dei cittadini” e sancisce che “la legalità non è negoziabile”. Parole forti, nette. Ma che, proprio per questo, meritano di essere smontate con altrettanta chiarezza.
Il punto non è negare che sicurezza e legalità siano valori fondamentali. Il punto è chiedersi come vengono declinati. Perché dietro la retorica della fermezza si nasconde spesso un'operazione ben più semplice: trasformare problemi complessi in slogan facili.
“Più strumenti per contrastare violenza, degrado, occupazioni abusive, criminalità diffusa e immigrazione illegale”. È un elenco che suona bene, ma che mette insieme fenomeni diversissimi, con cause e soluzioni radicalmente differenti. È il classico contenitore indistinto che serve a costruire consenso, non politiche efficaci.
E soprattutto: più strumenti per chi? Se l'asse si sposta esclusivamente su repressione e controllo, senza investimenti strutturali su prevenzione, integrazione, servizi sociali, il rischio è evidente. Si governa la paura, non la realtà.
IC'è poi una contraddizione profonda nella formula utilizzata dalla premier. “La legalità non è negoziabile” è uno slogan potente, ma diventa vuoto — se non pericoloso — quando viene usato come clava politica.
Perché la legalità, in uno Stato di diritto, non è solo ordine pubblico. È anche equilibrio dei poteri, rispetto delle garanzie, tutela dei diritti fondamentali. Ridurla a un concetto unidimensionale significa piegarla a una visione ideologica.
E qui emerge il nodo: ogni decreto sicurezza di questo tipo tende a spostare l'ago della bilancia. Più potere all'esecutivo, più discrezionalità agli apparati, meno spazio per le tutele. Non è una novità nella storia italiana, ma la reiterazione — siamo al quinto provvedimento — racconta una linea politica precisa.
È qui che la parabola di Iotam torna attuale. Gli alberi che producono — ulivo, fico, vite — rifiutano il potere perché sanno che governare significa rinunciare a ciò che fanno meglio. Il rovo, invece, accetta. Non ha nulla da perdere. E offre un'ombra che in realtà non esiste, accompagnata da una minaccia: se non vi rifugiate sotto di me, vi brucerò.
La politica della sicurezza costruita sulla paura funziona allo stesso modo. Promette protezione totale, ma in cambio chiede fiducia cieca e concentrazione del potere. E quando la realtà non corrisponde alla promessa — perché non può — resta solo la possibilità di alzare ulteriormente il livello dello scontro.
C'è un elemento che nel messaggio della presidente del Consiglio manca completamente: l'analisi delle conseguenze. Ogni stretta normativa ha un impatto. Sui tribunali, già congestionati. Sulle carceri, già al limite. Sulle periferie, dove la sicurezza non si costruisce con decreti ma con presenza dello Stato, lavoro, scuola.
Continuare a produrre norme emergenziali per problemi strutturali è un segnale di debolezza politica, non di forza. È la scelta di governare il sintomo invece della malattia.
“Noi andiamo avanti così”, scrive Giorgia Meloni. Ed è forse questa la frase più significativa. Perché non indica una direzione, ma una perseveranza. Che può essere virtù, certo. Ma può anche trasformarsi in ostinazione.
La parabola di Iotam si chiude con un avvertimento: il rovo, una volta al potere, porta distruzione. Non perché sia cattivo in sé, ma perché è inadatto a governare.
È una lezione che attraversa i secoli. E che oggi, più che mai, meriterebbe di essere ascoltata — prima che il fuoco divampi davvero.


