Quando l'esercito israeliano ha diffuso il video animato che avrebbe dovuto rivelare "ciò che si nascondeva sotto l'ospedale Al-Shifa", a Gaza, molti media internazionali lo hanno rilanciato senza esitazione. Tunnel, bunker, una sala di comando di Hamas: tutto realizzato con una animazione 3D, esaltata con luci drammatiche e colori saturi. "Informazioni inconfutabili", garantiva Mark Regev, consigliere di Netanyahu, sulla CNN. Ma la realtà, come si è scoperto mesi dopo, era fatta di altro: nessuna base di Hamas, nessuna "centrale operativa". Solo le macerie di un ospedale devastato.
Il video — costruito con contributi digitali presi da pacchetti commerciali, con finte insegne come Fabio's Pizzeria e Revolution Bike Shop — è diventato il simbolo della nuova macchina propagandistica israeliana.
Da ottobre 2023, l'unità dei portavoce delle IDF (Forze di Difesa Israeliane) ha sfornato decine di animazioni simili: "ricostruzioni" di presunti siti terroristici a Gaza, in Libano, Siria, Iran. Tutte con la stessa estetica: immagini satellitari, transizioni fluide, viste a raggi X, droni che colpiscono obiettivi, e la garanzia di fonti di "intelligence verificate". In realtà, un mosaico di finzioni, assemblato per suggestionare lo spettatore e coprire l'assenza di prove.
Secondo un'indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call, SRF e The Ferret, molte di queste animazioni contengono errori spaziali evidenti e oggetti prefabbricati comprati online. Gli autori — una manciata di grafici in uniforme riuniti in quella che è chiamata la "After Effects Cell" — lavorano come uno studio pubblicitario, non come un reparto d'intelligence. Creano modelli, li abbelliscono, aggiungono dettagli per "rendere la minaccia più credibile". Se mancano dati, si inventano. Se serve enfasi, si moltiplicano le armi. Il tutto "approvato da un ufficiale dell'intelligence".
Un ex riservista lo dice senza mezzi termini: "“L'obiettivo è che sembri sexy, professionale. La gente non controlla i dettagli. L'importante è che sembri credibile, che faccia sembrare l'esercito high-tech, efficiente, pulito".
Pulito — parola chiave della propaganda visiva. Mentre Gaza veniva ridotta in polvere, il pubblico di tutto il mondo vedeva animazioni pulite, ordinate, "professionali". E intanto si normalizzava l'idea che bombardare un ospedale potesse essere "necessario".
Molti dei modelli usati dall'esercito israeliano provengono da creatori ignari, come l'artista americano Ian Hubert o il Museo Marittimo della Scozia! Parti di un'officina navale scozzese sono finite in video che mostrano "fabbriche di missili iraniane". Un parcheggio di Washington è diventato l'ingresso di un bunker a Gaza. Gli ambienti digitali vengono assemblati in fretta, senza preoccuparsi di veridicità. A volte, le strutture nemmeno esistono sul terreno.
Il risultato: un universo parallelo, dove la finzione diventa notizia e la menzogna assume la forma del "dato tecnico". I media internazionali — BBC, CNN, Sky News — diffondono i video come "illustrazioni dell'IDF", ma raramente mettono in dubbio il contenuto. L'etichetta "illustration" in basso a destra serve solo come scudo legale, non come avvertimento reale.
La strategia è chiara: sostituire la verifica con la simulazione. Le animazioni dell'IDF imitano lo stile delle indagini forensi e delle inchieste open-source, ma ne capovolgono il senso. Dove Bellingcat o Forensic Architecture cercano di dimostrare la verità attraverso i dati, l'IDF mima quella forma per confondere, per seminare dubbio, per delegittimare chi indaga.
"È un linguaggio visivo rubato", spiega Elizabeth Breiner, ricercatrice di Forensic Architecture. "Il confine tra reale e immaginario diventa deliberatamente sfocato. E la gente ricorda l'immagine, non la smentita".
E infatti: anche se l'ospedale Al-Shifa non nascondeva nulla, l'idea che "Hamas usi gli ospedali" è rimasta impressa nell'opinione pubblica mondiale. Missione compiuta.
In un video pubblicato su TikTok dopo i bombardamenti sull'Iran, i militari dell'unità grafica spiegano con orgoglio di aver lavorato "sotto segretezza a livello di primo ministro" per settimane, preparando i video prima dell'attacco. Quando l'ordine è arrivato, tutto era pronto. Bastava premere "pubblica".
È la guerra come prodotto mediatico, progettata come una campagna di marketing. Prima si fabbrica la storia, poi la si rende reale con le bombe.
Oggi, l'animazione militare israeliana non è solo uno strumento di comunicazione: è una forma d'arma psicologica. Serve a costruire consenso, a giustificare l'ingiustificabile, a nascondere i corpi sotto una colata di grafica 3D.
La responsabilità, però, non è solo di chi produce queste immagini, ma anche di chi le rilancia senza verificare. Giornalisti, reti televisive, redazioni che confondono il "rendering" con la "realtà", e così diventano parte integrante della macchina di disinformazione.
Come ha detto il professore palestinese Eyad Elyan, "questa non è solo appropriazione digitale: è sfruttamento morale. È usare il linguaggio della tecnologia per mascherare la violenza, per cancellare le prove della distruzione che tu stesso hai compiuto".
La guerra digitale di Israele non si combatte solo con droni e missili, ma con After Effects, Blender e pacchetti 3D da 200 dollari. È la guerra resa spettacolo, dove la verità è sacrificata sull'altare della percezione.
Il risultato è devastante: Gaza distrutta nella realtà e riscritta nella finzione, un mondo di modelli poligonali che giustifica l'annientamento di un popolo in nome di una “narrazione credibile”.
Chi continua a rilanciare queste menzogne patinate non è spettatore neutrale — è complice.
Fonte: articolo di Oren Ziv - fotoreporter, reporter per Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills - pubblicato su +972 Magazine. L'indagine è stata avviata nel gennaio 2025 da Jack Sapoch, Robin Kötzle, Nicole Vögele e Jake Charles Rees nell'ambito di Viewfinder, un collettivo di ricerca indipendente.


