Diciassette anni dopo, il governo guidato da Giorgia Meloni mette la parola fine al commissariamento della sanità in Calabria e prova a venderla come una vittoria politica. Ma dietro l’enfasi celebrativa, i conti non tornano. E soprattutto non torna la realtà che vivono ogni giorno i cittadini.
La decisione del Consiglio dei ministri, su proposta di Roberto Calderoli e con il via libera di Giancarlo Giorgetti e Orazio Schillaci, chiude formalmente una delle pagine più lunghe e controverse della gestione sanitaria italiana. Ma lo fa senza chiarire fino in fondo una questione decisiva: la Calabria è davvero pronta a camminare con le proprie gambe?
Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, parla di “risultato storico” e di una “camicia di forza” finalmente tolta. Parole forti, che però si scontrano con le sue stesse ammissioni: la sanità calabrese ha ancora “mille problemi”. Una contraddizione evidente, che smonta la narrazione trionfalistica costruita dal governo. Se i problemi sono ancora così profondi, su quali basi si fonda questa decisione?
Il commissariamento non è stato un incidente burocratico, ma la certificazione di un fallimento strutturale. Per quasi due decenni, lo Stato ha preso il controllo diretto della sanità calabrese perché incapace di reggersi: debiti fuori controllo, servizi carenti, gestione inefficiente. In questi anni si sono alternati governi di ogni colore, ma oggi è l’esecutivo Meloni a intestarsi la “liberazione”, senza fare davvero i conti con ciò che resta irrisolto.
Basta ricordare il caso emblematico di Saverio Cotticelli, il generale che in piena pandemia dichiarò di non sapere di dover redigere il piano anti-Covid. Una scena surreale che non è stata un’eccezione, ma il simbolo di un sistema allo sbando. Quel caos non si cancella con una delibera del Consiglio dei ministri.
Certo, negli ultimi anni qualcosa si è mosso: la ricognizione del debito, il dialogo con i ministeri, qualche miglioramento nei conti. Ma ridurre tutto a una questione contabile è fuorviante. Il vero banco di prova resta la qualità dei servizi: liste d’attesa interminabili, carenza di personale, difficoltà di accesso alle cure. Problemi che non si risolvono con un annuncio politico.
Eppure, proprio su questo terreno il governo ha scelto la scorciatoia della propaganda. Già mesi fa, la presidente del Consiglio aveva annunciato l’uscita dal commissariamento con una motivazione che dice molto: “perché se lo merita”. Un’affermazione che suona più come uno slogan elettorale che come una valutazione amministrativa. Le regioni non “meritano” autonomia sanitaria: devono dimostrare di saper garantire diritti fondamentali.
Il rischio è evidente: si chiude una fase senza aver davvero risolto le cause che l’avevano resa necessaria. Si restituisce autonomia senza aver consolidato un sistema solido. E soprattutto si costruisce un successo politico immediato, lasciando però aperta la possibilità di nuovi fallimenti.
Lo stesso Occhiuto, al di là dei toni celebrativi, lo ammette: il vero obiettivo è ancora uscire dal piano di rientro e raggiungere il pareggio di bilancio. Tradotto: il percorso è tutt’altro che concluso. Anzi, è ancora in salita.
In questo contesto, la scelta del governo appare più come un’operazione di immagine che come una decisione fondata su risultati consolidati. Una scommessa politica giocata sulla pelle dei cittadini, che continuano a fare i conti con una sanità fragile.
Perché la verità è semplice: la sanità calabrese non ha bisogno di bandiere da sventolare. Ha bisogno di medici, strutture efficienti, tempi di attesa accettabili e gestione trasparente. Tutto il resto è retorica. E la retorica, quando si parla di salute pubblica, non è solo inutile: è pericolosa.


