Mentre Spagna e Brasile chiedono il rilascio immediato dei loro due cittadini catturati in acque internazionali dai pirati dello Stato ebraico di Israele, Bruxelles tace. E il diritto internazionale, ancora una volta, viene piegato alla legge del più forte.
Ci sono silenzi che pesano più delle bombe. Più delle sbarre. Più perfino delle percosse denunciate da chi esce vivo da una detenzione arbitraria.
È il silenzio europeo, l'ennesimo, su quanto sta accadendo agli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Ávila, membri della Global Sumud Flotilla e adesso prigionieri dello Stato canaglia di Israele, vittime di un atto di pirateria senza precedenti, catturati mentre navigavano in acque internazionali. È uno di quei silenzi che resteranno come una macchia nella storia politica e morale del continente.
Secondo quanto denunciato dai loro rappresentanti legali e da organizzazioni per i diritti umani, Abukeshek e Ávila dopo esser stati intercettati e fermati insieme ad altri partecipanti alla flottiglia in acque greche, si trovano sotto custodia israeliana, detenuti in condizioni durissime, compreso l'isolamento e ripetuti pestaggi.
Un tribunale israeliano ha autorizzato una proroga della loro detenzione di altri due giorni. Due giorni in più di arbitrio. Due giorni in più di sospensione del diritto. Due giorni in più di umiliazione.
Spagna e Brasile hanno condannato la detenzione dei loro cittadini, chiedendone l'immediato rilascio e denunciando la violazione delle norme internazionali. Hanno fatto ciò che uno Stato degno di questo nome dovrebbe fare: difendere i propri cittadini e richiamare il diritto sopra la forza.
L'Europa no.
L'Europa osserva, misura le parole, calibra i comunicati, pesa ogni sillaba con la bilancia ipocrita della convenienza geopolitica. È inflessibile con i deboli, remissiva con i forti. Predica legalità universale, ma la applica a geometria variabile. Invoca diritti umani quando il colpevole è politicamente comodo; abbassa lo sguardo e lo rivolge da un'altra parte quando l'alleato di turno calpesta le stesse regole.
Poi c'è il capitolo delle accuse contro i due attivisti: il presunto collegamento con organizzazioni accusate di vicinanza ad Hamas. Anche ammesso — per puro esercizio dialettico — che vi fossero relazioni politiche o associative da chiarire, da quando un'accusa generica giustifica detenzione arbitraria, violenza fisica e compressione dei diritti fondamentali? Da quando il sospetto è diventato condanna? Da quando il marchio politico sostituisce il processo?
È qui che crolla la facciata.
Perché uno Stato che rivendica per sé il diritto di agire fuori da ogni cornice giuridica, sostenuto militarmente, finanziariamente e diplomaticamente dalle grandi potenze occidentali, pretende contemporaneamente di essere giudice, giuria e carceriere. E chi dovrebbe opporsi — chi dovrebbe ricordare che il diritto internazionale non è un optional — resta immobile.
Non è prudenza diplomatica. È complicità politica.Non è equilibrio. È codardia.Non è neutralità. È resa morale.
La verità, brutale e ormai impossibile da mascherare, è che l'ordine internazionale viene invocato solo quando serve agli interessi dei potenti. Negli altri casi, viene archiviato come un fastidioso intralcio.
E così due uomini restano in carcere. Due governi protestano. I diritti umani vengono evocati da chi li difende e ignorati da chi dovrebbe garantirli.
E l'Europa, culla autoproclamata della civiltà democratica, tace.
Quel silenzio dice tutto. Più di mille discorsi. Più di mille vertici. Più di mille bandiere blu sventolate in nome di valori che, davanti all'ingiustizia, sembrano ormai carta vuota.
“Continuo a dire che l’obiettivo della flotilla è giusto.
— M5S Berlino (@M5SBerlino) April 30, 2026
L’assedio su Gaza va rotto”.
Francesca Albanese da Taranto prima di salire sul palco di Uno Maggio #Taranto.
Valentina Petrini@FranceskAlbs https://t.co/z3CXmWpJnI #UnoMaggio #UnoMaggioTaranto pic.twitter.com/1ENwSulDg5


