"... In questa Giornata della Memoria, ricordiamo che lo Stato di Israele è all'apice della sua potenza. Chi avrebbe mai potuto immaginare ottant'anni fa che i nostri audaci piloti dell'aeronautica e i piloti militari americani avrebbero difeso il Medio Oriente, fianco a fianco? Difendendo Israele, gli Stati Uniti e qualcos'altro: stiamo difendendo l'Europa.L'Europa, che ha dimenticato così tanto dopo l'Olocausto, può imparare molto da noi, in primis: la netta distinzione tra bene e male, che, nel momento della verità, ci impone di andare in guerra per il bene, per la vita. L'Europa, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si impegnò a difendere il bene, è oggi afflitta da una profonda debolezza morale. L'Europa sta perdendo il controllo della propria identità, dei propri valori e del proprio impegno a proteggere la civiltà dalla barbarie. ..."
C'è qualcosa di profondamente disgustoso – e pertanto inaccettabile – nelle dichiarazioni del premier israeliano in occasione del Giorno della Memoria.
Nel momento in cui il mondo dovrebbe fermarsi a ricordare l'orrore della Shoah, Benjamin Netanyahu ha scelto ancora una volta di piegare quella tragedia a fini politici, trasformandola in uno strumento di legittimazione per i crimini commessi oggi dallo Stato ebraico.
Accusare l'Europa di “debolezza morale”, sostenere che Israele starebbe “difendendo il mondo libero” e arrivare a evocare Auschwitz per giustificare le operazioni militari contro l'Iran significa compiere un salto pericoloso: quello che porta la memoria storica a diventare propaganda. Per il premier israeliano, Israele starebbe difendendo non solo se stesso ma l’intero mondo occidentale, incapace – a suo dire – di distinguere tra “bene e male”.
Il passaggio più grave del discorso di Netanyahu è quello in cui paragona i siti nucleari iraniani come Natanz o Fordow ai campi di sterminio nazistico come Auschwitz o Treblinka. È un accostamento che non regge né sul piano storico né su quello morale. Auschwitz non è una metafora. Non è un riferimento retorico da utilizzare nei discorsi di guerra. È il simbolo di un genocidio sistematico, unico nella storia contemporanea. E proprio per questo, usarlo in questo modo non è solo improprio: è una forzatura che rischia di banalizzarne il significato.
Ma mentre si pronunciano queste parole, la realtà sul terreno racconta un'altra storia. A Gaza, le operazioni militari israeliane hanno prodotto una devastazione massiccia, con un bilancio di vittime privo di qualsiasi giustificazione se non quella di mettere in atto una vera e propria pulizia etnica e una popolazione civile soprtavvissuta intrappolata in condizioni sempre più disperate. Le immagini di interi quartieri distrutti, infrastrutture collassate, ospedali sotto pressione costante non sono propaganda: sono fatti documentati da organizzazioni internazionali.
In Cisgiordania, la pressione sui territori palestinesi continua attraverso espansioni, sgomberi, tensioni crescenti e violenze che molti osservatori definiscono come una dinamica di progressiva espulsione. In Libano, e in particolare nell'area di Beirut, il rischio di un allargamento del conflitto resta altissimo, con attacchi e contro-attacchi che mantengono la regione sull'orlo di una nuova escalation, mentre il sud è ormai destinato a diventare una nuova Gaza.
È in questo contesto che le parole di Netanyahu e dei suoi ministri finiscono per diventare surreali, ben oltre la provocazione!
Quando il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich attacca il cancelliere tedesco Friedrich Merz invitandolo a “chiedere scusa mille volte”, per aver osato esprimere giudizi negativi sull'operato di Israele, il messaggio è chiaro: la memoria dell'Olocausto viene utilizzata come leva per delegittimare qualsiasi critica politica. Come se il passato potesse cancellare ogni responsabilità presente.
È una posizione che non solo chiude ogni spazio di confronto, ma che rischia di svuotare la memoria stessa del suo valore universale.
Nemmeno l'intervento del presidente Isaac Herzog, che richiama all'unità e alla continuità storica tra le generazioni, riesce a sciogliere questa contraddizione. Perché il punto non è negare la storia o ignorare le minacce percepite da Israele. Il punto è un altro: la memoria non può diventare un alibi permanente, oltretutto per giustificare dei crimini con la necessità della propria sicurezza.
Difendere davvero il significato della Shoah significa impedire che venga trasformata in uno strumento di potere. Significa riconoscere che quella tragedia impone una responsabilità etica, non un'immunità politica.
E invece, ancora una volta, si assiste a un cortocircuito: la tragedia del passato viene evocata mentre nel presente si consumano nuove sofferenze, nuove distruzioni, nuove crisi umanitarie... da parte di coloro che commemorano chi nel passato è stato vittima degi stessi crimini.
Questo non significa mettere sullo stesso piano eventi storici diversi. Significa, al contrario, difendere la specificità dell'Olocausto da ogni uso improprio.
Perché se Auschwitz diventa un paragone qualsiasi, allora perde la sua unicità. E se la memoria diventa propaganda, allora smette di essere memoria. Resta solo uno strumento. E quando la storia viene usata come arma, il rischio più grande è sempre lo stesso: non imparare nulla da essa.


