Benjamin Netanyahu continua a presentare come "successi" quelle che, a tutti gli effetti, sono politiche di oppressione e devastazione. Con tono trionfale, il premier israeliano ha dichiarato che Hamas sarebbe "sotto pressione" per via della minaccia di una nuova offensiva militare. In realtà, quella "pressione" è il risultato di mesi di bombardamenti indiscriminati, assedio e soffocamento di un'intera popolazione civile, prigioniera in un fazzoletto di terra da cui le è impedito di uscire.
Netanyahu attribuisce la presunta apertura di Hamas a uno scambio parziale di prigionieri, di cui in serata hanno iniziato a parlare numerose agenzie, alla sua strategia di forza. Ma la realtà è più cinica: Israele continua a trattare la vita umana come merce di scambio, negoziando dieci prigionieri israeliani e alcune salme contro centinaia di detenuti palestinesi, molti dei quali condannati con processi contestati o in detenzione amministrativa.
La visita del premier al comando militare di Gaza si è trasformata nell'ennesima passerella propagandistica: elogi al "morale dei soldati" e alla "guerra di logoramento". Un logoramento che, però, colpisce in primo luogo civili palestinesi, privati di acqua, elettricità, cure mediche e libertà di movimento. Parlare di "spirito combattivo" mentre si rade al suolo un territorio già martoriato è il paradosso di un governo che non offre alcuna prospettiva politica, ad esclusoine del genocidio del popolo palestinese.
Come se non bastasse, Netanyahu prepara un'altra mossa autoritaria: contrastare in tutti i modi l'eventuale riconoscimento dello Stato di Palestina a settembre. La riunione con i ministri Gideon Sa'ar e Bezalel Smotrich delle prossime ore non punta a una soluzione diplomatica, ma a rappresaglie politiche. Tra le proposte: chiudere la sede consolare francese a Gerusalemme, imporre sanzioni ai dirigenti dell'Autorità Palestinese e continuare a rubarne i fondi (come Stato occupante Israele riscuote le passe dei paletsinesi di Cisgiordania e Gerusalemme Est). Smotrich lo ha detto senza mezzi termini: "In settembre non deve restare nulla da riconoscere".
Questo non è un piano politico, ma un ricatto. È la dimostrazione che il governo israeliano non teme tanto Hamas quanto l'idea di dover riconoscere il diritto dei palestinesi ad uno Stato. E così, invece di aprire spazi di dialogo, Netanyahu e i suoi ministri parlano apertamente di annessione della Cisgiordania, una mossa che violerebbe qualsiasi norma del diritto internazionale... oltre a quelle già violate da anni!
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Gaza continua a essere annientata da bombardamenti e assedio, la Cisgiordania rischia l'annessione e Israele si isola sempre di più, scegliendo la via della repressione e del disprezzo del diritto internazionale.
E Netanyahu rivendica tutto ciò come un enorme successo.


