Altro che “opera del secolo”. Sul Ponte sullo Stretto arriva una nuova bocciatura tecnica che pesa come un macigno politico. E questa volta non da opposizioni o comitati locali, ma dall’Autorità nazionale anticorruzione. Davanti alla Commissione Ambiente del Senato, il presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, ha messo in fila, punto per punto, tutte le fragilità del decreto del governo a supporto del Ponte sullo Stretto. Tradotto: così com’è, il Ponte rischia di essere più un problema che una soluzione.
E il bersaglio, inevitabilmente, diventa il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, che su quell’opera ha costruito una narrazione politica muscolare, ma sempre più distante dai rilievi tecnici.
Il punto più pesante è anche il più politico. Busia lo dice senza giri di parole: il decreto non risolve il problema principale, cioè la compatibilità con le norme europee.“Il legislatore italiano non può risolvere ciò che è incompatibile con la normativa europea”.È una frase che demolisce mesi di propaganda. Perché significa che il governo sta tentando di aggirare un vincolo che non può essere aggirato. E infatti l’Anac insiste: serve una nuova gara.
Non un dettaglio tecnico, ma il cuore della questione. Senza gara, il rischio è duplice: contenziosi infiniti e un’esposizione finanziaria fuori controllo. Con una previsione inquietante: i costi potrebbero superare del 50% quelli iniziali. Altro che “opera pronta a partire”.
Secondo l’Anac, il problema non è solo giuridico. È strutturale. Il Ponte, oggi, non è un progetto unitario ma un mosaico di fasi. Una scelta che impedisce di avere una visione reale dei costi complessivi e della fattibilità.
Busia è netto: serve un progetto esecutivo unico, completo, verificabile. Non un cantiere costruito a tappe politiche. Qui emerge tutta la fragilità dell’impostazione del ministero: si annuncia l’opera, ma non si governa davvero il processo. E senza un quadro complessivo, ogni promessa sui tempi e sui costi diventa pura retorica.
Poi c’è il tema che nessuno, al governo, ama affrontare apertamente: l’attrattività dell’opera per la criminalità organizzata. Busia lo dice chiaramente: il Ponte attirerà interessi mafiosi. E servono controlli rafforzati e limiti stringenti ai subappalti. Non è un’ipotesi astratta. È una certezza basata sull’esperienza di tutte le grandi opere italiane.
Eppure, proprio su questo fronte, il decreto – secondo l’Anac – non rafforza le garanzie. Anzi, rischia di indebolirle, introducendo norme inutili che complicano le procedure e riducono la trasparenza. Un paradosso: più burocrazia formale, meno controllo reale.
Il giudizio più politico arriva sul rapporto tra pubblico e privato. L’Anac avverte che il decreto espone eccessivamente lo Stato, senza trasferire adeguatamente i rischi al contraente generale. In altre parole: se qualcosa va storto, paga il pubblico. È lo schema già visto in troppe opere italiane: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite.
E qui la responsabilità è tutta politica. Perché scegliere un modello contrattuale significa decidere chi si assume i rischi. E il governo, ancora una volta, sembra aver scelto dalla parte sbagliata.
Il quadro che emerge dall’audizione è netto: il Ponte, così come impostato dal governo, non è pronto. Non è solido. Non è conforme. E soprattutto non è al riparo da contenziosi, aumenti di costo e opacità.
Il problema, però, è politico prima ancora che tecnico. Perché Matteo Salvini continua a raccontare un’opera inevitabile e imminente, mentre gli organi di controllo smontano, uno dopo l’altro, i presupposti su cui si regge.Non è più solo una questione di infrastrutture. È una questione di credibilità.
Se le osservazioni dell’Anac verranno ignorate, lo scenario è già scritto: ricorsi, blocchi, costi fuori controllo e anni di ritardi. L’Italia conosce bene questo film. E il Ponte sullo Stretto rischia di diventare l’ennesimo capitolo di una lunga storia di opere annunciate e mai completate, o completate a prezzo triplicato.
La differenza è che questa volta gli avvertimenti sono arrivati prima. Ignorarli non sarebbe un errore tecnico. Sarebbe una scelta politica.


