Libano, le nuove dichiarazioni del nazista ebreo Ben Gvir denunciano che la tregua tra Iran e USA è sempre più fragile
Mentre gli Stati Uniti cercano di consolidare il delicato accordo raggiunto con l'Iran e di impedire una nuova esplosione regionale del conflitto, da Israele arrivano dichiarazioni che stanno provocando indignazione e allarme ben oltre i confini del Medio Oriente. Al centro della polemica c'è il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir, esponente dell'estrema destra del governo Netanyahu, che ha invocato una risposta devastante contro il Libano dopo la morte di quattro soldati israeliani in attacchi attribuiti a Hezbollah.
Le parole pronunciate da Ben Gvir non lasciano spazio a interpretazioni:
«Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare! Con tutto il rispetto per gli americani, Israele deve far capire al mondo intero che il sangue dei nostri figli e la sicurezza dei nostri cittadini non sono sacrificabili. Tutto il Libano deve bruciare. Il nostro dovere supremo è proteggere i cittadini di Israele e i soldati dell'IDF, e questo impegno viene prima di qualsiasi altra considerazione.L'ho detto al Primo Ministro, anche nei nostri incontri privati: per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere.Basta con il ping-pong. In Medio Oriente non si vince con risposte misurate e autocontrollo: bisogna impazzire. Bisogna annientare. Bisogna schiacciare il terrorismo».
Una dichiarazione che va ben oltre la tradizionale retorica militare e che sembra configurare una logica di punizione collettiva nei confronti di un intero popolo, indipendentemente dalle responsabilità individuali.
Il ministro ha inoltre sostenuto che Israele non dovrebbe più agire con moderazione, ma «impazzire», «annientare» e «schiacciare il terrore», affermando che la sicurezza dei cittadini israeliani deve prevalere su qualsiasi altra considerazione. Dichiarazioni che arrivano in un momento particolarmente delicato, mentre Washington tenta di preservare gli equilibri regionali costruiti attorno all'intesa con Teheran.
Nel frattempo il primo ministro Benjamin Netanyahu ha confermato di aver ordinato una vasta offensiva contro Hezbollah dopo la morte dei quattro militari israeliani. Secondo il capo del governo, l'esercito avrebbe colpito oltre ottanta obiettivi del movimento sciita e ucciso decine di combattenti, conducendo ulteriori bombardamenti nella valle della Beqaa.
Netanyahu sostiene che gli attacchi di Hezbollah rappresentino una violazione del cessate il fuoco e ha ribadito che Israele manterrà la propria zona di sicurezza nel Libano meridionale «per tutto il tempo necessario». Una posizione che entra però in collisione con le richieste provenienti da Teheran e da Hezbollah, secondo cui qualsiasi accordo regionale richiederebbe il completo ritiro israeliano dal territorio libanese.
Le tensioni non riguardano soltanto il fronte militare. Secondo diverse ricostruzioni, il presidente statunitense Donald Trump e il vicepresidente JD Vance avrebbero espresso critiche insolitamente dure verso la condotta militare israeliana degli ultimi giorni. L'amministrazione americana, impegnata a mantenere aperto il dialogo con l'Iran, si trova infatti davanti a una contraddizione evidente: da una parte cerca di stabilizzare la regione attraverso la diplomazia, dall'altra assiste a una nuova escalation che rischia di compromettere gli equilibri appena raggiunti.
A difendere apertamente Israele è intervenuto l'ambasciatore americano Mike Huckabee, che ha accusato il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot di ignorare le responsabilità di Hezbollah negli scontri. Huckabee ha sostenuto che il cessate il fuoco potrà esistere soltanto quando Hezbollah smetterà di colpire Israele.
Tuttavia la sua posizione viene contestata da numerosi osservatori internazionali. Huckabee è infatti noto per il suo sostegno alle posizioni più radicali del nazionalismo israeliano e per la sua vicinanza all'idea di una sovranità ebraica estesa sull'intera area compresa tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Proprio per questo le sue dichiarazioni vengono considerate da molti tutt'altro che neutrali.
Dal lato opposto, Hezbollah respinge le accuse israeliane e sostiene che sia Israele a non aver mai rispettato realmente gli accordi di cessate il fuoco. Il movimento sciita ha dichiarato che continuerà a difendere il territorio e la popolazione libanese da quella che considera un'aggressione permanente. Hassan Fadlallah, parlamentare del gruppo, ha inoltre affermato che l'Iran avrebbe chiarito come i colloqui con Washington non possano proseguire senza una piena attuazione della tregua.
Anche il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato duramente i bombardamenti israeliani, definendoli una «pericolosa escalation». Secondo la presidenza di Beirut, gli attacchi rischiano di compromettere ogni tentativo di consolidare il cessate il fuoco e di chiudere definitivamente il conflitto. Le autorità libanesi riferiscono che gli ultimi raid avrebbero provocato almeno diciotto vittime.
Le parole di Ben Gvir rappresentano tuttavia l'aspetto più controverso dell'intera vicenda. Quando un rappresentante di governo afferma che per il dolore di una madre del proprio Paese devono soffrire mille madri del Paese nemico, non si sta più parlando di operazioni militari mirate contro combattenti o organizzazioni armate. Si introduce invece il principio della responsabilità collettiva, secondo il quale un'intera popolazione può essere considerata bersaglio legittimo in quanto appartenente alla stessa comunità nazionale del nemico.
È proprio questo elemento che ha spinto la giornalista Rula Jebreal a utilizzare termini estremamente pesanti, accusando il governo israeliano di perseguire pratiche assimilabili alla pulizia etnica e definendo gli esponenti dell'esecutivo «nazisti ubriachi di impunità e violenza genocidaria». Jebreal ha ricordato che la distruzione delle abitazioni, l'espulsione forzata delle popolazioni e il mantenimento dell'occupazione territoriale rappresentino violazioni gravissime del diritto internazionale.