Il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran rischia di trasformarsi definitivamente in carta straccia. Nelle prime ore di giovedì il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (IRGC) ha annunciato di aver colpito una base militare americana nella regione del Golfo, in risposta ai nuovi raid lanciati da Washington contro obiettivi militari nel sud dell’Iran. Secondo il governo kuwaitiano, il Paese ha intercettato “missili e droni ostili”, senza però confermare ufficialmente quale fosse il bersaglio finale dell’attacco.
L’episodio rappresenta un ulteriore salto di tensione in una crisi che ormai da mesi tiene paralizzato uno dei punti strategici più delicati del pianeta: lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. Basta guardare le mappe del traffico marittimo per capire la gravità della situazione: petroliere ferme, rotte deviate, costi assicurativi alle stelle e mercati energetici sempre più nervosi.
Gli attacchi americani e la risposta iraniana
La nuova escalation è partita dopo che gli Stati Uniti hanno abbattuto droni iraniani nello Stretto di Hormuz e colpito un sito militare a Bandar Abbas, porto strategico nel sud dell’Iran. Washington ha definito l’operazione “puramente difensiva”, sostenendo che le forze iraniane rappresentassero una minaccia diretta per il traffico navale e per i militari americani presenti nell’area.
Il Comando Centrale statunitense (Centcom) ha dichiarato che l’Iran aveva lanciato almeno cinque droni kamikaze contro obiettivi vicini allo stretto, tutti intercettati. Un sesto drone, partito da una postazione di controllo nei pressi di Bandar Abbas, sarebbe stato neutralizzato prima di raggiungere il bersaglio.
Teheran, però, racconta una storia completamente diversa. Per il governo iraniano, gli attacchi americani costituiscono una violazione diretta del cessate il fuoco. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baqai, ha accusato gli Stati Uniti di aver infranto gli accordi e ha promesso che la Repubblica Islamica adotterà “tutte le misure necessarie” per difendere la propria sovranità nazionale.
L’IRGC ha quindi rivendicato l’attacco contro la base americana, spiegando che l’operazione mirava a colpire “la fonte” delle precedenti aggressioni statunitensi contro l’Iran. Una formulazione che lascia intendere come Teheran consideri ormai legittimo rispondere direttamente alle installazioni americane presenti nel Golfo.
Hormuz al centro dello scontro globale
Il vero cuore della crisi resta però lo Stretto di Hormuz. Non è soltanto una questione militare: è un enorme nodo economico e geopolitico globale. Da settimane il traffico commerciale è rallentato, migliaia di navi attendono istruzioni o deviazioni, mentre il prezzo dell’energia continua a oscillare violentemente sui mercati internazionali.
Gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro la “Persian Gulf Strait Authority”, l’ente iraniano incaricato della gestione e della riscossione delle tariffe nello stretto. Washington sostiene che Teheran stia tentando di trasformare Hormuz in uno strumento di pressione economica internazionale.
Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha accusato apertamente l’Iran di voler “estorcere il commercio marittimo globale”, definendo il sistema di pedaggi proposto da Teheran una forma di ricatto geopolitico.
Nel mirino di Washington è finito persino l’Oman, tradizionale alleato americano e mediatore regionale. Gli Stati Uniti hanno avvertito Muscat che non tollereranno alcun coinvolgimento nella gestione condivisa dello stretto insieme all’Iran. Un messaggio durissimo, accompagnato da una frase pronunciata da Donald Trump che ha provocato forti polemiche internazionali.
Trump alza i toni: “Se necessario li bombarderemo”
Durante una riunione di governo alla Casa Bianca, Donald Trump ha dichiarato che l’Oman “si comporterà come tutti gli altri, oppure dovremo bombardarlo”. Una frase che rende perfettamente il clima esplosivo che domina i negoziati.
Trump continua a mantenere una doppia linea: da un lato sostiene che un accordo con Teheran sia vicino, dall’altro minaccia apertamente una nuova massiccia campagna di bombardamenti se l’Iran non accetterà le condizioni americane.
Secondo il sito Axios, i negoziatori di Stati Uniti e Iran avrebbero già raggiunto una bozza preliminare di accordo per estendere di 60 giorni il cessate il fuoco e riaprire i negoziati sul programma nucleare iraniano. Tuttavia manca ancora il via libera definitivo del presidente americano, che avrebbe chiesto “alcuni giorni per riflettere”.
Trump, però, continua a mostrarsi ambiguo. Durante il vertice alla Casa Bianca ha dichiarato che Washington “non è ancora soddisfatta” dell’intesa e ha ribadito che l’Iran non riceverà alcun alleggerimento delle sanzioni, nemmeno nel caso in cui consegnasse l’uranio arricchito.
La guerra regionale si intreccia con Israele
L’intera crisi si intreccia inoltre con il conflitto regionale che coinvolge Israele, Hezbollah e gli equilibri del Medio Oriente. Trump continua a spingere i Paesi del Golfo ad aderire agli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti con Israele, trasformando la trattativa con Teheran anche in uno strumento di pressione diplomatica sull’intera regione.
Nel frattempo Israele resta impegnato sia nel confronto diretto con l’Iran sia nella guerra contro Hezbollah in Libano. Una miscela altamente instabile che rende il Golfo Persico una polveriera pronta a esplodere in qualsiasi momento.
E proprio questo appare oggi il vero nodo della crisi: formalmente esiste ancora un cessate il fuoco, ma sul terreno si continua a sparare, abbattere droni, colpire basi e minacciare bombardamenti. Una tregua che somiglia sempre più a una pausa tattica tra due fasi della stessa guerra.


