Per decenni, dopo la caduta del Terzo Reich, una delle frasi più pronunciate in Europa è stata: “Non sapevamo”.

Non sapevano i cittadini tedeschi e non solo loro dell'esistenza dei lager? Non sapevano delle deportazioni? Non sapevano dei treni piombati, dei forni crematori, delle camere a gas, della riduzione scientifica dell'essere umano a materiale biologico da sfruttare e distruggere?

La storia, col tempo, ha demolito molte di quelle autoassoluzioni. Certo, non tutti conoscevano l'intera macchina industriale dello sterminio; ma milioni di persone vedevano, intuivano, percepivano. I vicini sparivano. Gli ebrei venivano marchiati, umiliati, cacciati dalle professioni, rinchiusi nei ghetti, caricati sui treni. L'odore dei forni crematori arrivava persino nei villaggi attorno ai campi. Hannah Arendt spiegò che il male moderno prospera soprattutto nella normalizzazione, nell'abitudine, nella rinuncia al giudizio morale individuale. Primo Levi lo scrisse con lucidità spaventosa: “È accaduto, quindi può accadere di nuovo”.

Ed è precisamente qui che il presente diventa insopportabile.

Perché oggi non possiamo dire “non sapevamo”. Oggi sappiamo tutto. Sappiamo in tempo reale ciò a cui i civili palestinesi, libanesi, siriani sono sottoposti da parte dello stato ebraico di Israele. Vediamo i video, ascoltiamo le testimonianze, leggiamo i rapporti delle organizzazioni internazionali, delle ONG, dei medici, dei giornalisti, degli stessi ex soldati israeliani che denunciano ciò che accade. Le immagini arrivano sui telefoni mentre facciamo colazione. Le bombe su Gaza non sono un ricordo lontano: sono dirette streaming della distruzione di un popolo intrappolato.

Sappiamo delle migliaia di bambini uccisi. Sappiamo delle città rase al suolo. Sappiamo degli ospedali bombardati, della fame usata come arma, dei convogli umanitari colpiti, delle fosse comuni ritrovate vicino agli ospedali. Sappiamo delle torture subite dai prigionieri palestinesi nei centri di detenzione israeliani. Sappiamo delle immagini e delle testimonianze provenienti da strutture carcerarie come Sde Teiman, descritte da osservatori, giornalisti e ONG come luoghi di brutalizzazione sistematica. E sappiamo anche del clima politico che rende possibile tutto questo.

Quando il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir invoca apertamente misure sempre più estreme contro i detenuti palestinesi, quando figure governative parlano della popolazione di Gaza in termini disumanizzanti, quando ministri e parlamentari arrivano a evocare deportazioni di massa o punizioni collettive, il problema non è più soltanto militare o geopolitico: diventa antropologico, morale, civile.

Ed è qui che l'Occidente sta fallendo in modo drammatico.

Perché di fronte ai crimini commessi da governi occidentali o alleati dell'Occidente, improvvisamente il linguaggio si fa ambiguo. Le parole cambiano. Le stragi diventano “effetti collaterali”. I civili morti diventano “danni collaterali”. Le torture diventano “abusi isolati”. Le deportazioni diventano “trasferimenti”. La fame imposta diventa “crisi umanitaria”. E chi denuncia viene accusato di antisemitismo, come se criticare le azioni di uno Stato significasse odiare un popolo.

Ma proprio la storia dell'ebraismo europeo dovrebbe insegnare il contrario.

Dopo Auschwitz, il mondo aveva promesso “mai più”. Non “mai più solo per alcuni”. Non “mai più soltanto per gli ebrei”. “Mai più” doveva essere un principio universale: nessun popolo avrebbe più dovuto subire disumanizzazione, segregazione, fame imposta, punizioni collettive, annientamento sistematico della vita civile. Se quel principio smette di essere universale, allora muore. E diventa propaganda.

Il punto più inquietante di questa vicenda non è soltanto la violenza in sé. È l'assuefazione. È il modo in cui milioni di persone osservano immagini apocalittiche ogni giorno e continuano la propria vita come se nulla fosse. È il modo in cui gran parte della politica europea abbassa lo sguardo. È il modo in cui molti intellettuali tacciono per paura di essere isolati. È il modo in cui la sofferenza palestinese viene costantemente relativizzata, subordinata, giustificata.

Aimé Césaire scriveva che l'Europa non perdonò Hitler per il crimine in sé, ma perché aveva applicato all'Europa metodi coloniali che fino ad allora erano stati riservati ai popoli colonizzati. È una frase terribile, ma che torna con forza nel presente: esistono vite considerate pienamente umane e altre percepite come sacrificabili.

Ed è impossibile non vedere la contraddizione devastante di governi occidentali che commemorano ogni anno la Shoah con solenni cerimonie, mentre contemporaneamente giustificano o minimizzano la distruzione sistematica di Gaza. La memoria senza coerenza morale diventa rituale vuoto. Peggio: diventa ipocrisia istituzionale.

Naturalmente, ricordare questi fatti non significa negare quanto accaduto il 7 ottobre. Ma proprio perché la violenza è barbarie, non può diventare il lasciapassare morale per distruggere un intero popolo. La civiltà giuridica moderna nasce precisamente dal rifiuto della vendetta collettiva.

La domanda che incombe sul nostro tempo è allora terribile nella sua semplicità: cosa diremo tra vent'anni?
Che non avevamo capito?
Che era complicato?
Che i video erano propaganda?
Che le immagini dei bambini di Gaza amputati, affamati, carbonizzati, erano troppo controverse per prendere posizione?

No. Stavolta non potremo dire “non sapevamo”.

Sappiamo tutto.
E proprio per questo il giudizio della storia rischia di essere ancora più duro.