Il fenomeno, stavolta addirittura fascistoide se non direttamente fascista, Roberto Vannacci non nasce nel vuoto, ma dentro una lunga stagione della politica italiana che, dagli anni successivi a Mani Pulite, ha progressivamente sostituito i partiti strutturati con leadership personali sempre più accentuate. Un percorso che ha attraversato fasi e protagonisti diversi: da Berlusconi a Renzi, da Grillo a Salvini, fino all'attuale stagione guidata da Giorgia Meloni. In questo schema, che alla fine ha sempre prodotto risultati disastrosi così come quelli dell'attuale governo, la politica si è trasformata sempre più in competizione tra “capi” e meno in confronto tra culture politiche organizzate.

Il punto critico è che questo modello ha favorito sistemi elettorali e dinamiche di selezione delle candidature che indeboliscono il legame tra eletto, territorio e responsabilità politica. Liste bloccate, candidature calate dall'alto, collegi assegnati senza reale radicamento locale: elementi che hanno contribuito a costruire parlamenti composti spesso da fedelissimi dei leader più che da rappresentanti scelti direttamente dai territori. In questo contesto, il consenso diventa il primo e quasi unico criterio di legittimazione, con una conseguente riduzione dello spazio per il confronto sui programmi e sulle competenze.

È in questa evoluzione che si inserisce il fenomeno Vannacci. Il suo movimento politico si colloca dentro la logica del leader forte, che si richiama al fascismo, che intercetta il malcontento, lo semplifica e lo traduce in parole d'ordine ad alto impatto mediatico, con tanto di braccia tese e saluti al duce! Una dinamica che non è nuova, ma che oggi assume toni più espliciti e polarizzanti. Le sue posizioni formulate in chiave identitaria e provocatoria, hanno alimentato un dibattito pubblico acceso, in cui il confine tra proposta politica e slogan si fa sempre più sottile.

La critica più rilevante che viene mossa a questa impostazione non riguarda soltanto i contenuti, ma l'assenza percepita di una struttura programmatica solida. Nel caso del movimento riconducibile a Vannacci, il dibattito pubblico si concentra frequentemente su dichiarazioni, simboli e suggestioni, mentre restano inesplorati aspetti fondamentali come la politica economica, la sostenibilità fiscale, le coperture finanziarie o le strategie industriali. Anche il riferimento al manifesto del movimento — unico documento programmatico finora disponibile pubblicamente — è solo un insieme di parole d'ordine e non certo un piano articolato di governo.

Ma sarebbe un errore attribuire tutta la responsabilità ai nuovi capi-popolo. Senza un sistema mediatico che amplifica ogni provocazione e senza un ecosistema digitale costruito per premiare indignazione, conflitto e slogan, fenomeni politici di questo tipo difficilmente raggiungerebbero una simile centralità. I social network, governati da algoritmi che valorizzano ciò che divide più di ciò che spiega, trasformano ogni dichiarazione estrema in uno strumento di propaganda a costo zero. Televisioni, talk show, quotidiani e podcast fanno spesso il resto: inseguono il personaggio, le polemiche e le provocazioni, molto meno la verifica della fattibilità delle proposte o la loro sostenibilità economica. Così il leader diventa il prodotto e la politica il semplice contenitore.

C'è poi un altro elemento, spesso rimosso dal dibattito pubblico: una parte dell'elettorato finisce per scegliere soprattutto sulla base delle emozioni, dell'identificazione personale o della rabbia, più che attraverso una valutazione critica dei programmi, dei numeri e dei risultati. Un elettorato composto da idioti, di destra, che non si informa, non pensa, non ragiona, ma che crede ciecamente negli slogan che risolvono come per magia qualsiasi problema... qualunque esso sia. Non è possibile, perché, specialmente nel mondo odierno, i problemi sono correlati tra loro e possono essere risolti solo analizzandoli nei loro molteplici livelli. È gente che, ovviamente resterà delusa e che, alla nuova tornata elettorale scegilerà il nuovo capo-popolo che esprimerà slogan ancor più esremisti di quelli attuali.

Quando prevalgono slogan, appartenenza e percezioni immediate rispetto ai fatti verificabili, la qualità della democrazia inevitabilmente si indebolisce, perché la disinformazione, la semplificazione estrema e la propaganda finiscono per influenzare il giudizio di chiunque.

È proprio dall'incontro tra leadership populiste, comunicazione spettacolarizzata, algoritmi che premiano la polarizzazione e una parte dell'elettorato più vulnerabile alla comunicazione emotiva che nasce il successo dei nuovi capi-popolo.

Finché il confronto pubblico continuerà a privilegiare chi urla più forte invece di chi propone soluzioni credibili, ogni stagione politica sarà destinata a produrre un nuovo uomo o una nuova donna della provvidenza, con slogan sempre più estremi e promesse sempre meno verificabili. E il rischio non è soltanto l'ascesa del singolo leader di turno, ma l'erosione progressiva della cultura democratica fondata sul confronto razionale, sulla responsabilità politica e sulla capacità dei cittadini di valutare criticamente chi chiede il loro voto.