Nel sud del Libano almeno sette morti, tra cui una bambina, dopo gli attacchi israeliani. Hezbollah colpisce il nord di Israele con un drone. La “cessazione delle ostilità” annunciata ad aprile da Trump appare ormai svuotata, mentre cresce il timore di una nuova escalation regionale.
La tregua esiste soltanto nei comunicati diplomatici. Sul terreno, invece, tra il sud del Libano e il nord di Israele, continua una guerra a bassa intensità che giorno dopo giorno assomiglia sempre meno a un conflitto contenuto e sempre più a una lenta deriva verso un nuovo fronte permanente del Medio Oriente. Gli ultimi raid israeliani nel Libano meridionale hanno provocato almeno sette morti, tra cui una bambina, e quindici feriti, mentre Hezbollah ha risposto colpendo il nord di Israele con un drone esplosivo che, secondo l’esercito israeliano, ha ferito tre riservisti, uno dei quali in modo grave.
Il dato politico più evidente è che il cessate il fuoco annunciato il 16 aprile dal presidente americano Donald Trump tra i governi di Israele e Libano non ha mai davvero fermato le operazioni militari. Ha semmai cambiato la loro forma, trasformando lo scontro aperto in una pressione continua fatta di bombardamenti mirati, incursioni, droni e rappresaglie reciproche. Una tregua intermittente, fragile e soprattutto priva di un reale meccanismo di controllo.
A Saksakiyeh, nel sud del Libano, il ministero della Salute libanese ha parlato di un bilancio “preliminare” di sette vittime e quindici feriti, inclusi tre bambini. Numeri che raccontano solo una parte della devastazione, perché nelle aree colpite il confine tra obiettivi militari e vita civile appare sempre più sottile. Israele sostiene di colpire infrastrutture e uomini legati a Hezbollah, il movimento sciita sostenuto dall’Iran che da anni rappresenta la principale forza armata anti-israeliana nella regione. Ma il prezzo umano continua a crescere e coinvolge sempre più spesso civili.
Particolarmente drammatico quanto accaduto a Nabatieh, dove un drone israeliano ha colpito un motociclo con a bordo un cittadino siriano e la figlia dodicenne. Secondo il ministero della Salute libanese, l’uomo è riuscito inizialmente ad allontanarsi dal luogo del primo attacco, ma il drone ha colpito nuovamente, uccidendolo, per poi prendere di mira una terza volta la bambina. La minorenne è stata sottoposta a un intervento chirurgico salvavita. Israele, almeno per ora, non ha commentato ufficialmente gli episodi.
Nel frattempo Hezbollah continua a rivendicare attacchi contro Israele come risposta diretta ai bombardamenti sul territorio libanese. Il gruppo ha dichiarato di aver lanciato un drone esplosivo contro il nord di Israele, mentre le forze armate israeliane hanno confermato l’intercettazione parziale dell’attacco e il ferimento di tre soldati della riserva. È il segnale che, nonostante mesi di combattimenti, la capacità offensiva del movimento sciita resta intatta almeno sul piano tattico.
Il conflitto, inoltre, non si limita più alla semplice logica della rappresaglia confinaria. Dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran del 28 febbraio e l’uccisione della Guida Suprema iraniana, la tensione regionale ha subito un’accelerazione drammatica. Hezbollah ha intensificato il lancio di razzi e droni verso Israele già dal 2 marzo, mentre Tel Aviv ha risposto con una campagna aerea sempre più estesa e con il ritorno delle truppe israeliane nel Libano meridionale.
Israele sostiene di voler creare una “zona di sicurezza” libera da Hezbollah lungo il confine, occupando una fascia di territorio libanese profonda circa dieci chilometri. Ma questa strategia sta producendo immagini che ricordano sempre più da vicino quelle viste a Gaza: villaggi rasi al suolo, infrastrutture distrutte, popolazioni costrette a fuggire. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno già avvertito che alcune operazioni potrebbero configurare possibili crimini di guerra.
I numeri, del resto, raccontano la dimensione della crisi. Secondo il ministero della Salute libanese, dal 2 marzo oltre 2.700 persone sono state uccise in Libano. Israele denuncia invece 17 soldati e un civile morti nel sud del Libano, oltre a due civili uccisi nel nord di Israele. Bilanci che mostrano la sproporzione dell’impatto sul territorio libanese.
La sensazione crescente è che il conflitto stia entrando in una fase diversa, più pericolosa e meno prevedibile. Non una guerra totale, almeno per ora, ma una normalizzazione dello stato di ostilità. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: la trasformazione della guerra in una condizione permanente, nella quale bombardamenti, droni e vittime civili smettono lentamente di fare notizia, diventando parte del paesaggio quotidiano di una regione che da troppo tempo vive sospesa tra tregue annunciate e guerre mai finite.


