L’uccisione di Giovanni Buongiorni, massacrato di botte davanti al figlio di undici anni, non è un episodio isolato ma il simbolo di una deriva annunciata. È il frutto di una generazione cresciuta senza limiti e di una società che ha smesso di educare.
I giovani non diventano violenti per caso: lo diventano perché vivono in un vuoto di responsabilità, in famiglie dove ogni errore viene giustificato e dove il mantra “mio figlio non farebbe mai una cosa del genere” è diventato il paravento dietro cui si nasconde l’incapacità degli adulti. Troppi genitori hanno paura di dire “no”, paura di assumersi il ruolo che spetta loro: educare, correggere, guidare. Il rispetto si sgretola già in casa, dove ragazzi che non tollerano frustrazioni finiscono per comandare più che obbedire. Un tempo c’erano ceffoni e castighi; oggi si teme perfino di alzare la voce, perché qualsiasi forma di disciplina viene scambiata per abuso. E quando i confini non vengono posti in famiglia, i ragazzi li cercano altrove, spesso nel modo più brutale.
Le scuole sono diventate ring improvvisati, dove insegnanti insultati, minacciati e aggrediti devono difendersi da studenti convinti di essere intoccabili. Tutto ripreso, condiviso, trasformato in spettacolo. Perché la violenza, oggi, non è solo un gesto: è un contenuto. I social hanno convertito la crudeltà in intrattenimento, la prepotenza in performance, l’umiliazione in valuta digitale. Per un like si fa di tutto: si picchia, si distrugge, si provoca, si sfida la legge e il buon senso. E mentre i ragazzi inseguono visibilità, gli adulti inseguono alibi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: giovani che non conoscono la responsabilità, famiglie incapaci di autocritica, istituzioni lasciate sole, una società che si indigna per ventiquattr’ore e poi torna a scorrere lo schermo. La morte di Buongiorni non è un fulmine a ciel sereno: è il punto d’arrivo di anni di lassismo, superficialità e giustificazioni. È la conseguenza di una società che ha confuso l’amore con la complicità, la libertà con l’assenza di regole, la comprensione con la resa. I ragazzi non diventano violenti da un giorno all’altro: crescono in famiglie disorientate, in scuole indebolite, in istituzioni assenti e soprattutto in un ambiente digitale che trasforma ogni gesto estremo in spettacolo.
Gli algoritmi non educano, non frenano, non filtrano: amplificano. Premiano ciò che sciocca, ciò che ferisce, ciò che distrugge. In questo contesto la violenza non è più un limite da non superare: è un modo per esistere. Le istituzioni, come sempre, arrivano dopo: dopo la tragedia, dopo l’indignazione, dopo l’ennesimo titolo di cronaca. Parlano di emergenza, ma l’emergenza è diventata routine. Parlano di interventi, ma gli interventi sono tardivi, frammentati, inefficaci. Oggi raccogliamo ciò che abbiamo lasciato crescere: una generazione senza confini, non perché sia perduta, ma perché nessuno glieli ha mai mostrati.
La violenza dei giovani non è un mistero: è lo specchio della nostra incapacità di essere adulti e della nostra codardia nel governare gli strumenti che abbiamo messo nelle loro mani. Non abbiamo perso una generazione: l’abbiamo consegnata al caos. E continuiamo a fingere che sia colpa del destino.


