La visita della Principessa del Galles, Catherine Middleton, a Reggio Emilia è stata accolta con entusiasmo internazionale, ma in Italia avrebbe dovuto suscitare almeno un po’ di imbarazzo. Mentre una futura regina attraversa nidi e scuole dell’infanzia per studiare un modello educativo considerato tra i più innovativi al mondo, il nostro Paese continua a discutere di voto in condotta, sospensioni, telecamere e disciplina come se fosse rimasto intrappolato in un’altra epoca.

Catherine, gentile e attenta, capace di ascoltare educatrici e bambini con naturalezza, è venuta a osservare da vicino ciò che il mondo intero ci invidia: un sistema educativo che tratta i bambini come persone intelligenti, non come soggetti da contenere. Eppure questo modello, celebrato ovunque, in Italia rimane confinato a un territorio, quasi fosse un vezzo locale.

Il Reggio Emilia Approach è studiato in oltre 145 Paesi, citato da Harvard, Columbia e Cambridge, adottato in scuole di New York, Melbourne, Shanghai e Stoccolma. Esistono centri dedicati negli Stati Uniti, in Cina, in Canada. Le riviste internazionali lo definiscono “un faro pedagogico”, “un modello rivoluzionario”, “una delle migliori esperienze educative del mondo”.  

In Italia, invece, resta un’eccezione. Un patrimonio che non diventa mai politica nazionale.

Mentre la Principessa osservava atelier luminosi, spazi progettati come terzi educatori e documentazioni che raccontano il pensiero dei bambini, nel dibattito pubblico italiano si parlava di ordine, punizioni, autorità. Come se il problema della scuola fosse che gli studenti parlano troppo, e non che le classi sono sovraffollate, gli stipendi tra i più bassi d’Europa, gli edifici scolastici spesso fatiscenti e il personale precario da decenni.

Il punto è che il Reggio Emilia Approach è scomodo. Richiede investimenti, fiducia negli insegnanti, formazione continua, stabilità del personale, qualità degli spazi. Richiede una visione politica dell’infanzia che non si limiti a invocare il “merito” come slogan, ma che costruisca davvero le condizioni per realizzarlo. E questo, evidentemente, è troppo.

Così accade che mentre una futura regina attraversa le scuole reggiane per imparare come si costruisce una comunità educante, l’Italia preferisce irrigidire le regole. Mentre il mondo guarda a Reggio Emilia come a un laboratorio di futuro, l’Italia guarda al passato. Mentre altri Paesi investono per portare quel modello nelle loro scuole, l’Italia non investe nemmeno per portarlo fuori dai confini della città che lo ha creato.

È un paradosso che racconta molto più della scuola: racconta un Paese che non riconosce il proprio valore, che non sa trasformare le sue eccellenze in politiche nazionali, che preferisce la retorica alla visione.

E allora la domanda resta, tagliente come dovrebbe essere: com’è possibile che tutto il mondo voglia imparare da Reggio Emilia, tranne l’Italia stessa?