Il vertice del G7 di Évian si è concluso con una lunga serie di dichiarazioni dei leader su sicurezza internazionale, guerra in Ucraina, traffico di migranti, narcotraffico, salute globale e cooperazione internazionale. Una produzione diplomatica imponente, fatta di comunicati, impegni, appelli e promesse. Eppure, leggendo una dopo l'altra le dichiarazioni ufficiali dei leader, emerge soprattutto una domanda: a cosa serve oggi il G7?
Mentre il mondo attraversa una delle fasi più instabili dalla fine della Guerra Fredda, il gruppo che per decenni ha rappresentato il cuore politico ed economico dell'Occidente appare sempre più simile a una conferenza permanente sulla gestione dell'impotenza. I leader riuniti sulle rive del lago di Ginevra hanno prodotto documenti articolati e solenni, ma quasi completamente privi della capacità di incidere sugli eventi che stanno ridefinendo gli equilibri internazionali.
Il ritorno di Trump e il silenzio dei partner
L'aspetto più sorprendente delle dichiarazioni finali è forse il tono adottato nei confronti del presidente americano Donald Trump.
Il G7 ha espresso sostegno all'accordo promosso dagli Stati Uniti con l'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per il consolidamento della fragile tregua che dovrebbe porre fine al conflitto che ha sconvolto il Medio Oriente negli ultimi mesi. Un appoggio praticamente unanime che conferma come nessuno dei partner occidentali sembri oggi disposto a mettere realmente in discussione la leadership americana.
Eppure proprio gli Stati Uniti sono stati protagonisti diretti di una guerra che ha destabilizzato ulteriormente la regione e provocato una gravissima crisi energetica globale. Nelle dichiarazioni ufficiali dei leader non compare alcuna riflessione autocritica sulle responsabilità politiche che hanno portato all'escalation. Nessuna analisi degli errori strategici. Nessuna valutazione delle conseguenze umanitarie.
Il messaggio implicito è semplice: Washington guida, gli altri seguono.
Il risultato è un G7 che appare sempre meno come un luogo di confronto tra alleati e sempre più come una struttura chiamata a ratificare decisioni già prese altrove.
L'assenza più rumorosa: Gaza
Ma è sul Medio Oriente che emerge probabilmente la contraddizione più evidente. Le dichiarazioni dei leader dedicate alle questioni geopolitiche contengono numerosi riferimenti alla sicurezza internazionale, alla stabilità energetica e alla protezione delle rotte commerciali. Nessuno spazio viene riservato alla tragedia umanitaria che continua a consumarsi a Gaza, nei Territori occupati dello Stato di Palestina e nel Libano.
Mentre organizzazioni internazionali, agenzie umanitarie e una parte crescente dell'opinione pubblica mondiale denunciano devastazioni senza precedenti, milioni di sfollati (nel Libano se ne registrano almeno 4 senza più una casa) e una crisi umanitaria che continua ad aggravarsi, il G7 sceglie ancora una volta la strada della prudenza diplomatica... cioè della più totale indifferenza.
La cautela può essere spiegabile (ma non giustificabile) dal punto di vista politico... per nulla da quello morale ed etico.
Nelle dichiarazioni finali non emerge alcuna volontà di esercitare una pressione significativa su Israele. Non si intravede la minima intenzione di mettere in discussione il sostegno occidentale a Tel Aviv. Non si leggono richiami paragonabili a quelli che il G7 rivolge abitualmente ad altri attori internazionali quando vengono violate norme del diritto internazionale... vedi la Russia.
Questo doppio standard è ormai uno dei principali fattori che stanno erodendo la credibilità politica dell'Occidente nel cosiddetto Sud globale.
Paesi dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina osservano con crescente scetticismo una comunità internazionale che appare inflessibile quando si tratta di alcuni conflitti e molto più indulgente quando gli alleati sono coinvolti direttamente.
Ucraina: sostegno confermato, ma senza una strategia chiara
Naturalmente il tema centrale resta l'Ucraina. I leader del G7 hanno ribadito il sostegno politico, economico e militare a Kiev e la volontà di mantenere la pressione sulla Russia attraverso ulteriori misure economiche.
Si tratta di una posizione coerente con quella adottata negli ultimi anni. Tuttavia anche qui emerge una crescente distanza tra dichiarazioni e realtà.
Dopo anni di guerra, nessuno dei protagonisti sembra in grado di indicare una strada concreta verso una soluzione politica del conflitto. Le dichiarazioni continuano a ripetere formule già ascoltate decine di volte: sostegno all'Ucraina, condanna dell'aggressione russa, difesa dell'ordine internazionale.
Ma l'impressione è che il G7 abbia ormai smesso di guidare gli eventi e si limiti a inseguirli.
Migranti e narcotraffico: la politica dei sintomi
Tra le dichiarazioni adottate figurano anche quelle dedicate al contrasto del traffico di migranti e al narcotraffico internazionale. Anche in questo caso il linguaggio è quello della sicurezza e della repressione. Si promettono maggiore cooperazione, scambio di informazioni, rafforzamento delle reti investigative e contrasto alle organizzazioni criminali.
Misure certamente necessarie. Ma ancora una volta il G7 sembra concentrarsi sui sintomi invece che sulle cause.
Le migrazioni non nascono dal nulla. Sono spesso il prodotto di guerre (vedi il MedioOriente e l'Africa), povertà, instabilità politica e cambiamenti climatici. Fenomeni che coinvolgono direttamente molte delle stesse potenze presenti al tavolo.
Analogamente il narcotraffico prospera dove esistono enormi disuguaglianze economiche, Stati fragili e mercati globali che continuano a generare una domanda gigantesca.
Le dichiarazioni dei leader parlano di contrasto. Molto meno di responsabilità. Un club sempre più piccolo in un mondo sempre più grande
Il problema di fondo è forse un altro.
Quando il G7 nacque, rappresentava la parte dominante dell'economia mondiale. Oggi il quadro è completamente cambiato. Cina, India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita, Sudafrica e numerose altre potenze regionali esercitano un'influenza crescente sugli equilibri internazionali. Eppure il G7 continua a presentarsi come una sorta di direttorio globale.
Una pretesa che appare sempre più difficile da sostenere.
Molti dei problemi affrontati a Évian non possono essere risolti senza il coinvolgimento diretto di attori che non siedono al tavolo. Dalla sicurezza energetica alla stabilità finanziaria, dal clima alle guerre regionali, il peso relativo dei sette grandi è diminuito rispetto al passato.
Il rischio è che il G7 finisca per trasformarsi in una grande macchina comunicativa: eccellente nel produrre dichiarazioni, molto meno nel cambiare la realtà.
La distanza tra retorica e realtà
Alla fine della lettura delle dichiarazioni dei leader rimane soprattutto questa sensazione. Il G7 continua a parlare come se fosse ancora il centro del mondo. Ma il mondo sembra essersi spostato altrove. Le crisi si moltiplicano, le guerre continuano, le tensioni geopolitiche aumentano e l'ordine internazionale appare sempre più frammentato.
Di fronte a questo scenario, il vertice di Évian ha offerto una lunga serie di documenti, formule diplomatiche e dichiarazioni di principio. Molte parole. Pochi strumenti concreti.
E soprattutto nessuna risposta convincente alla domanda che ormai accompagna ogni riunione dei sette grandi: se il G7 non riesce a fermare le guerre, a prevenire le crisi, a influenzare gli alleati quando violano i principi che proclama e nemmeno a rappresentare davvero gli equilibri del XXI secolo, quale sia oggi la sua effettiva utilità politica.


