La fragile tregua tra Stati Uniti e Iran torna a essere appesa a un filo. A riaccendere il rischio di una nuova escalation è stato il presidente americano Donald Trump, che poche ore dopo aver dichiarato di ritenere ormai concluso il cessate il fuoco ha avvertito che Washington è pronta a lanciare una nuova ondata di attacchi contro la Repubblica islamica già nella notte. Le sue parole arrivano dopo una giornata caratterizzata da nuovi scontri militari, attacchi alle rotte commerciali nello Stretto di Hormuz, bombardamenti americani su obiettivi iraniani e missili lanciati da Teheran contro installazioni militari statunitensi in Bahrain e Kuwait.
Il quadro che emerge è quello di una tregua sempre più fragile, mentre i negoziati destinati a trasformare il cessate il fuoco provvisorio in un accordo stabile sembrano allontanarsi. Trump ha infatti affermato di considerare ormai sostanzialmente inutile il dialogo con Teheran, pur lasciando formalmente aperta la porta ai colloqui diplomatici.
«Per quanto mi riguarda è finita», ha dichiarato il presidente americano, sostenendo che gli emissari statunitensi potranno anche continuare a parlare con gli iraniani, ma aggiungendo di ritenere che «stiano soltanto perdendo tempo». Poco dopo ha rincarato ulteriormente la dose, definendo la leadership iraniana «feccia» e «disonorevole», spiegando di aver cambiato opinione dopo aver avuto modo di conoscerla direttamente durante la crisi. Secondo Trump, ormai l'obiettivo non sarebbe più tanto raggiungere un compromesso quanto "finire il lavoro", ribadendo ancora una volta che l'Iran non dovrà mai ottenere un'arma nucleare.
Le sue dichiarazioni hanno immediatamente alimentato i timori di una ripresa della guerra. I mercati energetici hanno reagito con forza: il prezzo del Brent è balzato di oltre il 5%, arrivando successivamente a registrare rialzi superiori al 7%, segnale delle preoccupazioni internazionali per possibili interruzioni delle forniture di petrolio provenienti dal Golfo Persico. Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti uno dei principali snodi energetici del pianeta e prima dell'inizio del conflitto vi transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale commercializzati a livello mondiale.
Alla base della nuova escalation ci sono gli attacchi condotti contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz, attribuiti dagli Stati Uniti all'Iran. Washington ha risposto con una vasta operazione militare che, secondo il Comando Centrale americano, aveva l'obiettivo di imporre «costi pesanti» a Teheran per aver preso di mira civili impegnati nella navigazione internazionale.
Le forze statunitensi hanno dichiarato di aver colpito sistemi di difesa aerea, radar e oltre sessanta piccole imbarcazioni utilizzate dai Pasdaran, considerate fondamentali per le operazioni di controllo e di minaccia contro il traffico navale nello stretto. L'efficacia di questa flotta di mezzi veloci aveva rappresentato, durante le prime fasi della guerra, uno dei principali strumenti strategici dell'Iran per mettere sotto pressione l'Occidente e l'intero mercato energetico mondiale.
Contemporaneamente Washington ha deciso di revocare la licenza che, nell'ambito dell'accordo provvisorio raggiunto nei mesi scorsi, consentiva per la prima volta da anni all'Iran di vendere apertamente petrolio in dollari americani. Una decisione destinata ad aumentare ulteriormente la pressione economica sulla Repubblica islamica, già duramente colpita dalle sanzioni internazionali.
L'isola di Kharg, attraverso la quale transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, torna così al centro della strategia americana. Trump aveva già minacciato in passato di prenderne il controllo, sostenendo che rappresentasse uno degli strumenti più efficaci per colpire economicamente Teheran.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Pasdaran hanno rivendicato il lancio di missili contro installazioni militari americane situate in Bahrain, sede della Quinta Flotta della Marina statunitense, e in Kuwait, dove sono presenti importanti contingenti dell'Esercito americano.
Il Kuwait ha dichiarato di aver intercettato due missili balistici e tredici droni lanciati dall'Iran, mentre il ministero dell'Elettricità kuwaitiano ha riferito che alcuni cavi dell'alta tensione sono rimasti danneggiati dalla caduta di detriti provocati dalle intercettazioni. Anche il Bahrain ha attivato gli allarmi antimissile durante le ore più critiche della crisi.
Sul territorio iraniano, intanto, la giornata è stata segnata da nuove esplosioni. I media di Stato hanno riferito di bombardamenti in diverse località, tra cui Bandar Mahshahr, dove sarebbe rimasto ucciso un membro dei Guardiani della Rivoluzione, e Bushehr, sede della principale centrale nucleare iraniana. Le immagini diffuse dalla televisione pubblica hanno inoltre mostrato quelli che sarebbero i danni provocati dai bombardamenti statunitensi e israeliani all'interno del complesso residenziale della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso all'inizio della guerra.
Proprio mentre continuano le cerimonie funebri dedicate a Khamenei, culminate con gli eventi religiosi nelle città irachene di Najaf e Karbala prima del trasferimento della salma a Mashhad, emerge con sempre maggiore evidenza una possibile spaccatura interna alla leadership iraniana.
Secondo le ricostruzioni riportate, all'interno del potere di Teheran convivrebbero infatti due linee profondamente diverse. Da una parte gli esponenti più radicali, favorevoli a mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz come principale leva strategica contro l'Occidente e disposti perfino a imporre in futuro pedaggi alle navi in transito. Dall'altra i settori più pragmatici del regime, interessati invece a raggiungere un accordo definitivo con Washington per ottenere la revoca delle sanzioni internazionali e consentire all'economia iraniana di respirare dopo anni di isolamento.
La posizione ufficiale della Repubblica islamica resta comunque improntata alla sfida. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha affidato ai social un messaggio rivolto direttamente agli Stati Uniti: «L'epoca dell'intimidazione e dell'estorsione è finita. Non ci piegheremo». Una dichiarazione che conferma come, almeno sul piano pubblico, Teheran non abbia alcuna intenzione di mostrare segnali di cedimento davanti alle pressioni americane.
Trump, dal canto suo, continua invece a sostenere che la campagna militare abbia raggiunto risultati significativi. Rispondendo ai giornalisti ha definito l'operazione contro l'Iran «un enorme successo militare», ribadendo che il vero obiettivo degli Stati Uniti rimane impedire definitivamente alla Repubblica islamica di dotarsi dell'arma nucleare.
Il presidente americano ha inoltre sostenuto che Teheran desidererebbe arrivare a un accordo, ma non sarebbe più in grado di gestire efficacemente il negoziato dopo l'eliminazione di diversi dirigenti durante il conflitto. «Avevano dei leader, non ci sono più. Ne hanno avuti altri, non ci sono più. Ora ne hanno altri ancora, e potrebbero sparire anche loro», ha dichiarato, aggiungendo di considerarsi lui stesso «il bersaglio numero uno» dell'Iran.
Parallelamente alla crisi mediorientale, Trump ha utilizzato il vertice NATO di Ankara anche per rilanciare i propri obiettivi strategici sull'Alleanza Atlantica. Ha ribadito che tutti gli Stati membri dovranno raggiungere entro il 2035 una spesa militare pari al 5% del Pil, sostenendo che molti Paesi stiano finalmente rispondendo alle richieste americane. Secondo il presidente, il rafforzamento degli eserciti europei rappresenterà anche un'enorme opportunità per l'industria bellica statunitense, destinata a produrre gran parte dei nuovi armamenti richiesti dagli alleati. Ha ricordato inoltre l'accordo appena firmato tra Lockheed Martin e Rheinmetall per la produzione dei missili ATACMS in Germania, indicandolo come esempio della nuova fase di cooperazione industriale nel settore della difesa.
Ma ad Ankara Trump ha riaperto anche altri fronti politici. Davanti ai leader della NATO ha attaccato duramente la Spagna, definendola un «partner terribile» e una «causa persa», arrivando a minacciare nuovamente l'interruzione dei rapporti commerciali con Madrid. Il presidente americano continua infatti a contestare il rifiuto del governo di Pedro Sánchez di aumentare la spesa militare fino al 5% del Pil e il mancato utilizzo di alcune basi spagnole durante le operazioni contro l'Iran.
Non solo. Trump è tornato anche sulla questione Groenlandia, sostenendo che il controllo dell'isola rimanga fondamentale per la sicurezza degli Stati Uniti e criticando ancora una volta la contrarietà della NATO e della Danimarca. Da Copenhagen e dalla Commissione europea è arrivata l'ennesima risposta negativa, con il ribadito principio secondo cui il futuro della Groenlandia spetta esclusivamente ai groenlandesi e ai danesi.
Nel frattempo, però, l'attenzione internazionale resta concentrata soprattutto sul Golfo Persico. Il nuovo scambio di attacchi dimostra infatti quanto il cessate il fuoco resti estremamente instabile. Le rotte energetiche mondiali continuano a essere esposte al rischio di nuove interruzioni, mentre i negoziati sul programma nucleare iraniano e sulla riapertura stabile dello Stretto di Hormuz appaiono sempre più difficili.
Le prossime ore saranno decisive. Se dovessero concretizzarsi i nuovi bombardamenti annunciati da Trump, il conflitto potrebbe rapidamente tornare a intensificarsi, con conseguenze che andrebbero ben oltre il Medio Oriente, coinvolgendo direttamente i mercati energetici, gli equilibri geopolitici internazionali e la sicurezza delle principali rotte commerciali mondiali.


