L'Italia è stata ufficialmente dichiarata inadempiente ai propri obblighi internazionali dalla Camera Preliminare I della Corte penale internazionale (CPI). Non è un tecnicismo. Non è una svista burocratica. È un atto grave, che incrina l'immagine di un Paese che si autodefinisce "baluardo di legalità" mentre, nei fatti, ha ostacolato la giustizia internazionale


Il caso Almasri: un test di credibilità fallito

Osama Almasri, generale libico accusato di crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella prigione di Mittiga, è arrivato in Italia e vi ha transitato liberamente. La CPI aveva emesso un mandato di arresto. L'Italia, non solo non ha adempiuto al dovere di arrestarlo e consegnarlo alla giustizia internazionale, ma ha proceduto al suo rilascio e, con una rapidità sospetta, al rimpatrio immediato su un volo di Stato.


Questo non è un errore. È una scelta politica

Il tribunale dell'Aia afferma chiaramente: l'Italia ha impedito alla Corte di esercitare i poteri conferitile dallo Statuto di Roma, lo stesso Statuto che l'Italia ha ratificato e su cui ha costruito la sua retorica internazionale sui "diritti umani" e sulla "lotta all'impunità".

Un governo che protegge i criminali di guerra?

Il 9 ottobre a Roma la Camera ha respinto l'autorizzazione a procedere nei confronti di Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano. Ma l'indagine politica e morale è appena cominciata. Infatti, la Camera Preliminare I della Corte Penale Internazionale ha stabilito che l'Italia "non ha adempiuto agli obblighi" che derivano dalla sua adesione allo Statuto di Roma riguardo al caso Almasri. "Non avendo eseguito correttamente la richiesta della Corte di arrestare e consegnare il sig. Almasri Njeem mentre si trovava sul territorio italiano, e non avendo consultato e collaborato con la Corte per risolvere eventuali questioni derivanti dalla formulazione del mandato di arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione, l'Italia non ha adempiuto agli obblighi che le incombono in virtù dello Statuto, e tale inadempienza ha impedito alla Corte di esercitare le funzioni e i poteri che le sono conferiti dallo Statuto", è scritto nella decisione adottata dalla Camera Preliminare I della CPI.


La Corte chiede chiarimenti

"La maggioranza della Camera, con il dissenso della giudice María del Socorro Flores Liera, ritiene opportuno ricevere dall'Italia informazioni su eventuali procedimenti interni rilevanti per il caso in esame e un'indicazione dell'impatto che tali procedimenti potrebbero avere sulla futura cooperazione dell'Italia con la Corte nell'esecuzione delle richieste di cooperazione per l'arresto e la consegna dei sospetti, entro venerdì 31 ottobre 2025".

Questo significa che l'Italia potrebbe essere deferita all'Assemblea degli Stati Parte o addirittura al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Un'umiliazione internazionale senza precedenti dal dopoguerra.

È evidente che il governo di Giorgia Meloni - e di questo dovremmo ringraziarla? - ha anteposto interessi geopolitici e rapporti opachi con la Libia alla giustizia per le vittime di tortura. È l'ennesima conferma di una politica estera basata sul baratto dei diritti umani in cambio di controllo su migranti e "petrolio".


E su Israele...

La CPI ha respinto il ricorso di Israele per annullare due mandati di arresto emessi contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

La richiesta israeliana fatta pochi giorni dopo la firma dell'ultimo accordo di cessate il fuoco a Gaza, riflette il tentativo di Israele di sfruttare la cessazione delle ostilità per sfuggire alle conseguenze del genocidio commesso dalle sue forze a Gaza.

Israele già lo scorso maggio aveva chiesto alla Corte di annullare i due mandati di arresto. La Corte aveva respinto la richiesta israeliana il 16 luglio, stabilendo che non vi era "alcuna base giuridica" per annullare i mandati fino alla risoluzione della questione di giurisdizione.

Una settimana dopo, Israele ha tentato di presentare ricorso contro la sentenza, ma ieri i giudici hanno stabilito che "il caso, così come inquadrato da Israele, non è soggetto a ricorso".