C'è una contraddizione che emerge con evidenza dalle dichiarazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio. Da una parte Washington ribadisce da oltre vent'anni di non riconoscere la giurisdizione della Corte penale internazionale (CPI) sui cittadini statunitensi. Dall'altra, la nuova amministrazione arriva a proclamare l'obiettivo di smantellare la Corte "mattone dopo mattone", come se gli Stati Uniti avessero il diritto di decidere dell'esistenza di un'istituzione internazionale nata dalla volontà sovrana di ben oltre cento altre nazioni!

È una posizione che, sul piano logico prima ancora che politico, lascia quantomeno perplessi. Se uno Stato decide liberamente di non aderire a un trattato internazionale, nessuno glielo impedisce. È il principio stesso della sovranità nazionale. Ma sostenere che quell'organismo non debba esistere per tutti gli altri rappresenta un salto concettuale completamente diverso. Significa passare dal rifiuto di partecipare a un sistema alla pretesa di eliminarlo.

La Corte penale internazionale non è un tribunale autoproclamato. È l'organo giudiziario istituito dallo Statuto di Roma del 1998, entrato in vigore nel 2002 dopo il raggiungimento del numero necessario di ratifiche. Oggi lo Statuto è stato approvato da oltre 120 Stati, che hanno deciso liberamente di attribuire alla Corte la competenza a perseguire genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e, in determinate circostanze, il crimine di aggressione.

Gli Stati Uniti hanno scelto una strada diversa. L'amministrazione Clinton firmò lo Statuto ma non lo sottopose mai alla ratifica del Senato. Successivamente Washington ritirò la firma e adottò una legislazione destinata a proteggere il personale americano dall'eventuale giurisdizione della CPI. È una scelta politica legittima, come legittima è quella degli Stati aderenti di affidare a quella Corte parte delle proprie competenze giudiziarie nei casi previsti dal trattato.

È proprio qui che il ragionamento di Rubio mostra la sua maggiore debolezza. Se la Corte nasce dalla volontà degli Stati che hanno aderito allo Statuto di Roma, con quale principio giuridico uno Stato che non ne fa parte pretende di decretarne la fine? È difficile conciliare questa posizione con la continua rivendicazione americana della sovranità nazionale. Se la sovranità vale per Washington quando decide di non aderire alla CPI, dovrebbe valere anche per Francia, Germania, Italia, Spagna, Canada, Giappone e per gli altri Stati che hanno invece scelto liberamente di riconoscerla.

Nel suo intervento Rubio descrive la Corte come una sorta di tribunale globale intenzionato a sostituirsi alle costituzioni nazionali e ai sistemi giudiziari degli Stati democratici. È una rappresentazione che riflette una precisa posizione politica o addirittura uan incapacità logica di comprensione dei fatti, cosa da non scartare a priori in relazione allo stato mentale dei rappresentanti dell'amministrazione Trump, ma che trascura il funzionamento concreto della CPI.

La Corte opera infatti secondo il principio di complementarità: interviene quando gli ordinamenti nazionali non possono o non vogliono perseguire determinati crimini internazionali nei casi previsti dallo Statuto di Roma. Si può discutere sull'applicazione di questo principio, sulle singole decisioni dei procuratori o sulle sentenze, ma è altra cosa sostenere che la Corte sia nata per esautorare sistematicamente le giurisdizioni nazionali.

Anche la rappresentazione della CPI come una sorta di "governo mondiale" è assurda. La Corte non è il prodotto di una fantomatica élite internazionale autoreferenziale, bensì di un trattato multilaterale sottoscritto da Stati sovrani. Inoltre opera in un quadro di cooperazione con il sistema delle Nazioni Unite, pur restando un'istituzione distinta dall'ONU. È proprio questa architettura multilaterale che l'amministrazione Trump considera oggi un ostacolo alla piena autonomia strategica americana.

Naturalmente la CPI non è esente da critiche. Nel corso degli anni è stata accusata di lentezza, selettività, inefficienza e di aver concentrato gran parte della propria attività su alcune aree del mondo. Sono osservazioni che fanno parte del normale dibattito sul diritto internazionale. Ma criticare il funzionamento di un'istituzione è molto diverso dal rivendicarne apertamente lo smantellamento.

Il messaggio politico lanciato da Rubio appare invece netto: gli Stati Uniti intendono costruire un fronte internazionale contro la Corte, facendo leva sugli alleati affinché ne limitino il ruolo o ne ostacolino l'attività. È una strategia coerente con l'impostazione dell'attuale amministrazione americana, che privilegia i rapporti bilaterali rispetto agli organismi multilaterali e guarda con crescente diffidenza alle istituzioni internazionali nate nel secondo dopoguerra.

Ma anche in questo caso, come è possibile arrivare ad ipotizzare simili castronerie? Perché uno Stato sovrano che riconosce lo Statuto di Roma dovrebbe venir meno ad un obbligo internazionale di cui è stato promotore, solo per fare un favore ad una amministrazione statunitense antidemocratica e parafascista?  

Ed è proprio su questo punto che si apre anche una riflessione italiana.

Il Governo Meloni continua a manifestare un forte allineamento politico con Washington, ma l'Italia è anche uno dei Paesi fondatori dello Statuto di Roma. Roma non è soltanto il luogo in cui quel trattato venne firmato: rappresenta il simbolo stesso della nascita della Corte penale internazionale. Per questo motivo l'appoggio, anche solo politico, a campagne finalizzate a delegittimare o svuotare la CPI rischia di apparire in aperta contraddizione con la tradizione diplomatica italiana e con gli impegni assunti dal nostro Paese.

Se un confuso segretario di Stato USA arriva a sostenere pubblicamente di voler smantellare la CPI che l'Italia ha contribuito a creare, un governo saldo e integerrimo si guarderebbe ben dall'inviare un proprio rappresentante ad ascoltare e, per forza di cose, ad avallare le sue farneticazioni anche in  tema di terrorismo.

Infatti, come se non bastasse, Rubio oggi ha organizzato una riunione dedicata all'allarme "terrorismo" rappresentato da "Antifa". Anche qui il dibattito meriterebbe maggiore rigore. "Antifa" viene generalmente utilizzato come termine ombrello per indicare gruppi, reti informali o manifestanti che si definiscono antifascisti, non un'organizzazione unitaria dotata di una struttura nazionale, di una leadership e di un'organizzazione clandestina. Presentarla come un soggetto assimilabile a un'organizzazione gerarchicamente organizzata è semplicemente irreale, una bufala!

Nonostante ciò, la camerata fascista Giorgia Meloni (vedere al riguardo il concetto di razza da lei espresso nelle tesi di Trieste) e il suo servo di bottega, il "cameral" (camerata liberale) balilla Antonio Tajani (assumendo che da ministro degli Esteri abbia pur avuto un ruolo), hanno inviato un sottosegretario per partecipare alla farsa!

Se la sovranità nazionale è davvero un principio universale, dovrebbe valere soprattutto quando delle forze politiche la rivendicano come messaggio identitario... invece, i poveri fascisti al governo dell'Italia, la usano contro i migranti (i deboli) e la dimenticano contro gli Statui Uniti (i forti).

Anche per questo dimostrano di esser fascisti... cioè dei semplici vigliacchi allo sbaraglio!




Foto: originale del Dipartimento di Stato USA