Ecco quello che in Parlamento diceva Giorgia Meloni l'11 marzo 2014:
"Non so francamente a quali modelli di avanzata democrazia il collega Fiano si rifaccia, perché quello che sembra a noi è che in quest'Aula ci si tenti di rifare al modello della democrazia della Corea del Nord.
Ora, io voglio farvi una domanda semplice, colleghi. Qual è il motivo per il quale noi abbiamo definito l'attuale sistema elettorale, la legge Calderoli del 2005, un porcellum? Qualcuno mi può dire in ragione di quale accusa noi abbiamo definito una porcata la legge con la quale abbiamo votato in questi anni?
Perché io ricordo, se non sono capitata in dibattiti televisivi di un altro tempo e di un altro mondo, che il motivo principale per il quale noi abbiamo definito una porcata l'attuale legge elettorale era sostanzialmente l'incapacità e l'impossibilità, con questo sistema, da parte del popolo italiano di scegliersi i propri rappresentanti. E il fatto che i partiti politici si arrogavano un diritto che la Costituzione non riconosce loro.
E qui vale la pena di leggerlo, l'articolo 49 della Costituzione, perché l'articolo 49 della Costituzione dice che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
Concorrere con metodo democratico significa avere la possibilità di misurarsi con il consenso degli italiani per rappresentare gli italiani in Parlamento. Non significa stare lì a compiacere il capo per poter ottenere una candidatura.
È molto diverso, colleghi.
Noi sappiamo qual è la tesi per la quale si dice che le preferenze non vanno bene. È da sempre la tesi di chi sostiene, come parte, diciamo, sia del centrodestra che del centrosinistra, che in qualche modo, insomma, se un parlamentare lo nomini tu, fa quello che dici tu perché a te risponde. Se invece un parlamentare ha il consenso per farsi eleggere dagli italiani, c'è il rischio che risponda a quello che quegli italiani gli chiedono di fare e che quindi, in alcuni casi, possa anche dire di no al capo.
Ma qui c'è una grande menzogna che noi dobbiamo svelare. Il Parlamento, Presidente, non appartiene ai partiti politici. Il Parlamento appartiene agli italiani e i partiti politici sono lo strumento attraverso il quale gli italiani esercitano il diritto di eleggere i propri rappresentanti".
Nel 2026, in calo di consensi, dopo aver tradito ogni promessa elettorale fatta agli italiani, la signora Meloni vuole far approvare una legge elettorale anticostituzionale che contraddice esattamente ciò che lei, giustamente, imputava al governo Renzi.
C'era una volta Giorgia Meloni all'opposizione. Una leader che tuonava contro le liste bloccate, denunciava la partitocrazia e accusava il sistema elettorale di impedire agli italiani di scegliere i propri rappresentanti. In Parlamento sosteneva che il Parlamento appartenesse ai cittadini e non ai partiti e denunciava un meccanismo che premiava la fedeltà al capo anziché il consenso degli elettori.
Oggi, però, quelle parole sembrano provenire da un'altra epoca. O, forse, da un'altra Giorgia Meloni.
La discussione sulla nuova legge elettorale ripropone infatti uno schema che l'Italia conosce fin troppo bene: ogni maggioranza, quando intravede il rischio di perdere il potere, mette mano alle regole del voto. Non si tratta di modifiche marginali. La legge elettorale è il meccanismo che trasforma milioni di voti in seggi parlamentari e determina concretamente la composizione delle Camere. È, in sostanza, il cuore della democrazia rappresentativa.
Proprio per questo stupisce che una materia tanto delicata possa essere continuamente piegata alle esigenze della maggioranza del momento. Essendo una legge ordinaria, infatti, la sua modifica non richiede il procedimento aggravato previsto dall'articolo 138 della Costituzione. Basta una maggioranza parlamentare. E così, puntualmente, cambiano coalizioni, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, modalità di candidatura e meccanismi di assegnazione dei seggi.
Lo spettacolo si ripete da oltre vent'anni. Cambiano i protagonisti, ma il copione resta sempre lo stesso.
Ieri il "Rosatellum", oggi il "Melonellum", una riforma che ha come obiettivo principale di consolidare il vantaggio politico della coalizione guidata da Giorgia Meloni in vista delle prossime elezioni!
Il Melonellum mira ad una sorta di "piccolo premierato" costruito senza modificare formalmente la Costituzione, attraverso una legge ordinaria capace però di incidere profondamente sugli equilibri della rappresentanza parlamentare. Una legge che restringerebbe ulteriormente la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti e renderebbe ancora più centrale il ruolo delle segreterie di partito.
Ed è qui che riaffiorano le immagini del passato.
La Meloni del 2014 denunciava con forza proprio questo modello. Diceva, correttamente, che un parlamentare nominato dal partito risponde al capo, mentre un parlamentare scelto dagli elettori risponde ai cittadini, sottolineando, giustamente, che il Parlamento appartiene agli italiani e che i partiti sono soltanto uno strumento attraverso il quale i cittadini esercitano la propria sovranità.
Parole nette, difficili da equivocare.
Per questo motivo il confronto tra quelle dichiarazioni e le accuse rivolte oggi al progetto di riforma appare inevitabile. Se allora il problema erano le liste bloccate, il controllo delle candidature e la concentrazione del potere nelle mani dei leader di partito, oggi la legge elettorale che Meloni vuople approvare si muove nella stessa direzione.
Naturalmente la maggioranza, di stampo neofascista, ignora le basi della democrazia facendosi scudo della necessità di rendere più stabile il sistema politico e più governabile il Paese. Ma il tema resta tutto politico prima ancora che tecnico: dove finisce l'esigenza di garantire la governabilità e dove comincia la tentazione di scrivere regole favorevoli a chi governa?
È una domanda che attraversa tutta la storia della Seconda Repubblica. Dal Porcellum al Rosatellum, passando per l'Italicum, ogni legge elettorale è stata presentata come la soluzione definitiva salvo essere poi modificata o sostituita dalla maggioranza successiva, dopo esser definita anticostituzionale dalla Consulta!
E allora torna alla mente una frase pronunciata anni fa dalla stessa Giorgia Meloni: «Il Parlamento appartiene agli italiani». Una dichiarazione che molti suoi critici oggi le restituiscono come uno specchio, chiedendole se continui davvero a crederci oppure se, una volta arrivati al governo, anche i principi abbiano finito per adeguarsi alle convenienze del potere.
Si vuole costruire un sistema nel quale il risultato politico sia il più possibile predeterminato, il Parlamento il più possibile addomesticato, gli eletti il più possibile dipendenti dalle segreterie dei partiti e il Governo il più possibile liberato dal confronto parlamentare.
Il cosiddetto Melonellum va esattamente in questa direzione. Prevede l’indicazione del candidato alla guida del Governo, introduce un forte premio in seggi alla coalizione vincente e affida una parte decisiva della rappresentanza a liste bloccate. In sostanza, restringe lo spazio di scelta dei cittadini e allarga quello dei capi partito.
Il cittadino vota, ma non sceglie davvero. Ratifica liste preparate altrove. I parlamentari, invece di dover rispondere prima di tutto agli elettori, sanno di dovere la propria elezione a chi li ha collocati nel posto giusto. È un meccanismo che produce fedeltà e obbedienza, e non certo responsabilità e qualità politica.
In pratica, il melonellum è l'ennesima giravolta della tanto celebrata mentitrice seriale che risponde al nome di Giorgia Meloni.


