Un sistema giudiziario che non punisce, una violenza che si ripete quasi quotidianamente e un'escalation che, secondo ex vertici militari e politici israeliani, rischia di travolgere le fondamenta morali dello Stato. È il quadro che emerge da un'analisi dei dati legali e dei registri pubblici: dal 2020 Israele non ha perseguito penalmente i propri cittadini per l'uccisione di civili palestinesi nella Cisgiordania occupata.
Un dato che, di fatto, crea un sistema di impunità per quella che viene descritta sempre più apertamente come una campagna di violenza strutturata.
L'ACCUSA: “INTERVENGA LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE”
A lanciare l'allarme è l'ex primo ministro Ehud Olmert, che ha chiesto esplicitamente l'intervento della Corte Penale Internazionale.
Secondo Olmert, l'azione della Corte sarebbe necessaria per “salvare i palestinesi e anche noi israeliani” da una spirale di violenza che coinvolge coloni, ma anche – in alcuni casi – polizia ed esercito.
Parole pesanti, che segnano una frattura interna senza precedenti: non più solo critiche esterne, ma una denuncia che arriva dall'establishment israeliano stesso.
LA DENUNCIA DEI VERTICI DELLA SICUREZZA
Non è un caso isolato. Decine di ex comandanti delle forze di sicurezza israeliane – tra cui ex capi dell'esercito, del Mossad e dello Shin Bet – hanno firmato una lettera in cui parlano apertamente di “terrorismo ebraico”.
Nel documento si legge che gli attacchi contro civili palestinesi sono ormai “quasi quotidiani” e che il mancato intervento rappresenta una “minaccia esistenziale” per Israele stesso.
Non si tratta più, scrivono, di “teppisti isolati”, ma di un'attività organizzata, talvolta condotta da persone in uniforme, che sparano su civili e incendiano abitazioni.
I NUMERI DELL'IMPUNITÀ
I dati sono altrettanto inquietanti. Secondo le Nazioni Unite, dal 2020 almeno 1.100 civili palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania. Almeno un quarto erano bambini.
Eppure, per nessuno di questi casi è stata formulata un'accusa.
L'ultima incriminazione per un'uccisione da parte delle forze di sicurezza israeliane risale al 2019. Per un civile israeliano, addirittura al 2018.
Ancora più eloquenti i dati dell'organizzazione per i diritti umani Yesh Din: tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini sulla violenza dei coloni si è concluso senza alcuna incriminazione. Su 368 casi, solo otto hanno portato a condanne, anche parziali.
UN SISTEMA CHE “PRODUCE IMPUNITÀ”
Secondo il direttore di Yesh Din, Ziv Stahl, il sistema giudiziario israeliano non funziona come strumento di giustizia, ma come “scudo per i colpevoli”.
Una valutazione condivisa anche dall'avvocato per i diritti umani Michael Sfard, che parla di un sistema “programmato per produrre impunità, non responsabilità”.
In passato, spiegano gli analisti, la presenza di pochi processi serviva a difendere Israele nei tribunali internazionali. Oggi, anche quella parvenza di accountability sembra essere venuta meno.
VIOLENZA IN CRESCITA DOPO IL 7 OTTOBRE
La situazione è ulteriormente peggiorata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas e la successiva guerra a Gaza.
Da allora, la violenza dei coloni in Cisgiordania è aumentata sensibilmente: omicidi, incendi, furti e persino aggressioni sessuali documentate, ma quasi mai punite.
Solo nell'ultimo mese, secondo fonti locali, coloni e forze israeliane hanno ucciso 10 civili palestinesi, tra cui una famiglia intera – due bambini di cinque e sette anni e i loro genitori – colpiti alla testa mentre tornavano da acquisti per il Ramadan.
FUNERALI ATTACCATI, ESCALATION SENZA FRENI
L'escalation si riflette anche negli episodi più recenti. Nel villaggio di Al-Mughayyir, a est di Ramallah, oggi le forze israeliane hanno attaccato un corteo funebre sparando munizioni vere, granate stordenti e gas lacrimogeni.
Il funerale era per due palestinesi – un ragazzo di 14 anni e un uomo di 32 – uccisi ieri durante un attacco dei coloni a una scuola.
Secondo la Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie, solo nel mese di marzo si sono registrati 1.819 attacchi: 1.322 attribuiti alle forze israeliane e 497 ai coloni.
Un dato che evidenzia un modello sistematico di violenza concentrato in aree come Hebron, Nablus e Ramallah.
LE RESPONSABILITÀ POLITICHE
Le accuse non risparmiano il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu.
Due ex ministri della Giustizia del Likud hanno parlato apertamente di “pulizia etnica attiva e orribile” nei territori occupati, attribuendo all'esecutivo la responsabilità ultima per non aver fermato questa campagna.
Anche l'attuale capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha chiesto un intervento urgente per fermare la violenza dei coloni “prima che sia troppo tardi”.
IL NODO INTERNAZIONALE E L'EUROPA DIVISA
In questo contesto, pesa anche la posizione europea. Italia e Germania si sono opposte alla sospensione degli accordi commerciali tra Unione Europea e Israele, nonostante le crescenti denunce di violazioni dei diritti umani.
Una scelta che, secondo i critici, rischia di rafforzare ulteriormente il senso di impunità sul campo.
UNA CRISI MORALE, OLTRE CHE POLITICA
Il punto centrale, sottolineato dagli stessi ex vertici israeliani, è che la questione non riguarda solo i palestinesi, ma l'identità stessa di Israele.
“La forza morale” dell'esercito – scrivono nella lettera – è stata in passato la base dei successi militari. Senza di essa, aggiungono, “non abbiamo diritto di esistere”.
Un'affermazione che suona come un atto d'accusa interno durissimo: non solo contro la violenza, ma contro un sistema che, sempre più, sembra incapace – o non disposto – a fermarla.


