Gerusalemme Est, stop ai prodotti alimentari palestinesi: cresce la tensione economica tra Israele e industria locale. La decisione è stata contestata dal settore agroalimentare palestinese: “Violati accordi e diritti economici”. Si chiede reciprocità e si annunciano proteste e ricorsi legali.

 
La nuova stretta imposta da Israele sull’ingresso dei prodotti alimentari palestinesi nei mercati di Gerusalemme Est riaccende lo scontro economico tra le due parti e apre un nuovo fronte di tensione. A denunciarlo con forza è l’Unione delle industrie alimentari e agricole palestinesi, che ha espresso una dura condanna contro il provvedimento che blocca la distribuzione di latticini e carni lavorate provenienti dai territori palestinesi.

Secondo l’associazione di categoria, si tratta di una misura “ingiustificata e discriminatoria” che colpisce un settore produttivo già fragile, interrompendo una prassi commerciale consolidata da decenni. I prodotti palestinesi, infatti, erano regolarmente presenti nei mercati di Gerusalemme Est, considerata dai palestinesi la propria capitale.

Nel mirino delle critiche finisce soprattutto la presunta violazione del Protocollo economico di Parigi, che regola i rapporti economici tra Israele e Autorità Palestinese e prevede la libera circolazione delle merci. Per l’Unione, il blocco rappresenta un “chiaro strappo agli accordi” oltre che un attacco diretto ai diritti economici palestinesi.

L’organizzazione sottolinea inoltre come misure simili siano già state adottate in passato, creando incertezza e danni strutturali al comparto produttivo locale.

Il settore agroalimentare palestinese rivendica la qualità e la sicurezza delle proprie produzioni. Secondo l’Unione, i prodotti locali vengono realizzati con tecnologie avanzate e sottoposti a controlli rigorosi da parte di enti certificati, sia a livello nazionale che internazionale.

A sostegno di questa tesi viene citato anche il dato sull’export: i prodotti palestinesi sono distribuiti in diversi Paesi senza che siano mai emersi problemi sanitari , a conferma dell’elevato standard qualitativo raggiunto.

Parallelamente, l’Unione denuncia una situazione opposta per quanto riguarda i prodotti israeliani, che continuano a entrare nei mercati palestinesi senza controlli adeguati. In particolare, si segnala la mancanza di indicazioni complete sulle etichette, come la data di produzione, elemento ritenuto essenziale per la tutela del consumatore.

Questa asimmetria viene definita “una violazione evidente delle normative palestinesi”, oltre che un fattore di distorsione della concorrenza.

Di fronte a questa situazione, il settore chiede al governo palestinese di adottare misure immediate basate sul principio di reciprocità: bloccare, cioè, l’ingresso dei prodotti alimentari israeliani nei territori palestinesi, così come avvenuto in passato.

Viene richiamata, in particolare, una decisione del Consiglio dei ministri del 2016 che vietava l’ingresso di prodotti di cinque aziende israeliane in risposta a restrizioni analoghe.

Non solo. L’Unione invita anche ad avviare un’azione diplomatica internazionale per esercitare pressione su Israele affinché revochi il provvedimento.

Il settore privato palestinese annuncia inoltre una serie di iniziative concrete: ricorso ai tribunali israeliani, inclusa la Corte Suprema, seguendo il precedente del 2016 che aveva annullato un provvedimento simile; organizzazione di proteste pacifiche presso i valichi, con la partecipazione di allevatori, produttori e aziende del comparto; attivazione di canali internazionali, coinvolgendo ambasciatori e organizzazioni estere per denunciare la situazione.

La vicenda evidenzia ancora una volta come il conflitto israelo-palestinese non si giochi soltanto sul piano politico e militare, ma anche su quello economico, dove restrizioni e contromisure sono finalizzate a colpire direttamente imprese, lavoratori e consumatori per dar seguito al progetto di pulizia etnica anche della Cisgiordania.