Viviamo in un Paese in perenne campagna elettorale. Un Paese dove ogni giorno si promette il cambiamento, ma ogni anno si consolida l’immobilismo. Dopo quattro anni di governo Giorgia Meloni, la domanda che dovremmo porci tutti è semplice: stiamo davvero meglio?

Per milioni di italiani, la risposta è no.

Le tasse aumentano, ma come sempre le pagano i soliti noti: lavoratori dipendenti, pensionati, piccoli imprenditori, cittadini che fino all’ultimo centesimo fanno il proprio dovere. Intanto evasione ed elusione fiscale continuano a sottrarre oltre 100 miliardi di euro l’anno alle casse pubbliche: una voragine che pesa sulle spalle di chi non può sottrarsi.

E poi c’è la vita reale, quella che si misura ogni giorno: treni in ritardo, strade degradate, servizi pubblici in affanno, città più insicure. Il costo della spesa aumenta, l’energia italiana resta tra le più care d’Europa, mentre gli stipendi italiani restano tra i più bassi del continente.

Ma il punto più drammatico riguarda il sistema previdenziale, ormai sempre meno capace di garantire una vecchiaia serena e dignitosa.

Perché chi oggi percepisce salari bassi – e in Italia sono milioni – domani riceverà pensioni ancora più basse. Una condanna annunciata. Una generazione intera rischia di lavorare per quarant’anni e ritrovarsi, da anziana, povera. Altro che serenità: precarietà fino all’ultimo giorno.

E di fronte a questo scenario c’è ancora chi propone di allungare ulteriormente l’età pensionabile, oltre i 70 anni, sostenendo che “non ci sono abbastanza risorse”.

Davvero?

No. Le risorse ci sono. E sono enormi.

Basterebbe recuperare seriamente quanto viene sottratto ogni anno attraverso evasione ed elusione fiscale. Basterebbe chiedere un contributo maggiore a chi possiede patrimoni giganteschi, a chi ha accumulato ricchezze immense, spesso senza restituire alla collettività una quota equa.

I soldi ci sono. Il problema è: da chi si decide di prenderli.

È più facile chiedere un sacrificio in più a chi già fatica. È più semplice dire a un operaio, a un’infermiera, a un impiegato: “lavora ancora”, piuttosto che andare a bussare alle porte dei grandi evasori o dei super-ricchi.

Ma allora sorge una domanda inevitabile: perché questo rigore vale solo per i cittadini comuni?

Perché i parlamentari italiani maturano il diritto alla pensione a 65 anni, dopo appena 4 anni, 6 mesi e un giorno di mandato parlamentare?

E perché questo requisito può addirittura scendere fino a 60 anni, visto che per ogni anno di mandato aggiuntivo l’età pensionabile si riduce di un anno?


Per il muratore, per l’operaio, per l’insegnante, per l’infermiera, per l’impiegato si parla di lavorare fino a 70 anni.
Per chi siede nei palazzi del potere, invece, le regole cambiano.

Dov’è l’equità?
Dov’è la giustizia sociale?

Questa doppia morale è ciò che alimenta la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni. Perché quando i sacrifici vengono chiesti sempre agli stessi, mentre i privilegi restano intatti, non si governa: si divide il Paese.

E allora il sospetto diventa amaro: che qualcuno punti ad allungare l’età pensionabile confidando che in pochi arrivino davvero a riscuotere quei quattro soldi di pensione. Perché la verità è brutale: tanti lavoratori non arrivano in salute a quell’età e tanti di più non ci arrivano affatto.

Che civiltà è quella che chiede alle persone di lavorare fino allo sfinimento, salvo poi negare loro il diritto ad una vecchiaia dignitosa?

È questa l’Italia che vogliamo?

Un Paese dove si lavora più a lungo, si guadagna meno, si vive peggio e si invecchia con la paura?

No.

Non possiamo accettarlo. Non dobbiamo rassegnarci.

L’Italia merita un sistema fiscale più giusto, salari più dignitosi e un sistema pensionistico che torni ad essere un patto tra generazioni, non una condanna differita.

Per questo non basta indignarsi: bisogna agire. Far sentire la propria voce. Pretendere un cambiamento vero.

Perché il futuro non si aspetta: si conquista. E il momento di farlo è adesso.
Per questo non possiamo limitarci ad osservare. La rassegnazione è il vero alleato del declino.
Servono partecipazione, responsabilità, dare voce a chi non ce la ha. Anche un gesto semplice può diventare un segnale politico forte: dire che non ci stiamo, che non accettiamo l’inevitabilità del peggioramento, che pretendiamo un Paese diverso.

Noi, nel nostro piccolo, non restiamo fermi a guardare.

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