Leggere l'editoriale di Mario Sechi su Libero del 27 luglio ("Hamas vince solo la guerra sporca dell’informazione") è come assistere a un'orgia di vittimismo ideologico, confezionata con la pretesa di verità assolute e spacciata per analisi lucida. In realtà, è l'ennesimo tentativo di ribaltare i fatti con toni apocalittici, accuse non dimostrate e un disprezzo inquietante per chiunque osi sollevare una questione morale sul massacro in corso a Gaza.
Il cuore della retorica è semplice quanto spudorato: se i bambini muoiono sotto le bombe israeliane, la colpa è di Hamas che li usa come scudi umani. Se le immagini straziano l'opinione pubblica, sono fake news, rubate dallo Yemen o da archivi medici. Se i media le diffondono, sono complici di un nuovo antisemitismo. E se qualcuno, Dio non voglia, cita Primo Levi, allora è un infame che "strumentalizza l'Olocausto". Una retorica da capogiro, degna dei peggiori negazionismi della storia: negare la legittimità del dolore altrui mentre si chiede pietà eterna per il proprio.
Chi scrive questo delirio pretende che Israele abbia perso la guerra dell'informazione perché non ha mostrato abbastanza cadaveri israeliani. Ma siamo seri: il mondo ha visto, ha visto eccome. Le atrocità del 7 ottobre sono state documentate, trasmesse, commentate, amplificate per mesi da ogni emittente occidentale. Eppure, secondo l'autore, l'errore è stato "preservare i corpi" – come se ci volessero immagini di (presunte) donne sventrate e (presunti) neonati arsi vivi per legittimare ogni crimine successivo.
Nel frattempo, l'intero apparato propagandistico di Mario Sechi si basa su un'assunzione nauseante: i palestinesi non hanno diritto alla sofferenza. I loro figli, se muoiono di fame o sotto i bombardamenti, sono "strumenti di propaganda", "oggetti della disinformatia", "materiale sensazionalista per i social network". Non è mai il dolore a essere riconosciuto, ma solo la sua utilità presunta per Hamas. In sostanza: o sei una vittima che giustifica Israele, oppure sei un burattino del terrorismo. Disumanizzare gli oppressi, questa sì che è una strategia efficace.
E poi la perla finale: chi critica l'attuale governo israeliano, chi si oppone all'apartheid, chi denuncia i crimini di guerra, è accusato di voler "consegnare Gaza agli aguzzini". Dovremmo invece fidarci ciecamente della "collaborazione leale" tra Israele, Stati Uniti e un'ONU che l'autore stesso definisce corrotta – a meno che non obbedisca ai diktat del potere. Un cortocircuito logico degno di nota.
Mario Sechi, però, non difende Israele. Difende il diritto all'impunità. Non denuncia la propaganda: la produce, con toni isterici e pretenziosi. Per lui, la sofferenza palestinese è sempre un trucco, l'indignazione internazionale è sempre finta, e la realtà è solo quella che serve a rafforzare la narrativa dell'assedio perpetuo e della guerra eterna.
La verità – quella scomoda, quella che brucia – è che la guerra d'informazione non la sta perdendo Israele. La sta perdendo l'intelligenza. La stanno perdendo coloro che, di fronte a decine di migliaia di morti, riescono ancora a parlare di immagini false e strumentalizzazioni, senza mai porsi una domanda: e se fosse tutto vero?


