Nella storia europea e mediterranea le ideologie nazionalistiche che hanno spesso (se non sempre) basato la loro fortuna anche su un espansionismo territoriale considerata “necessario” o “storicamente legittimo” hanno avuto cicli relativamente prevedibili: ascesa in momenti di crisi identitaria, consolidamento attraverso il conflitto, e infine delegittimazione politica quando il costo umano, economico e diplomatico diventa insostenibile. È accaduto con il Lebensraum nella Germania hitleriana, ma anche — in forme meno estreme — con vari nazionalismi territoriali del XX secolo.
Applicare questa lente al Medio Oriente contemporaneo significa interrogarsi sul destino politico delle correnti che nello Stato ebraico di Israele sostengono una visione massimalista di Eretz Israel, intesa come sovranità estesa “dal fiume al mare”. Non si tratta di un blocco monolitico: il Sionismo è stato storicamente plurale, comprendendo correnti socialiste, pragmatiche e anche esplicitamente favorevoli a una soluzione a due Stati. Tuttavia, negli ultimi decenni, una componente revisionista e religiosa, che trova le sue radici nel sionismo secondo Vladimir Zabotinskij, ha guadagnato peso politico, incarnata oggi da figure come Benjamin Netanyahu, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.
Un breve promemoria
Benjamin Netanyahu, il 18 gennaio 2024, ha affermato che Israele deve mantenere il controllo della sicurezza su “l'intero territorio a ovest del fiume Giordano”, cioè sull'intero spazio tra il Giordano e il Mediterraneo, ammettendo egli stesso che ciò “confligge con il principio di sovranità palestinese” palestinese. È una formula che, al netto dei tecnicismi, svuota alla radice la prospettiva di uno Stato palestinese realmente sovrano.
Non si tratta, del resto, di una deriva improvvisa. La matrice storica è ben più antica e affonda nella tradizione della destra nazionalista israeliana: la piattaforma originaria del Likud del 1977 affermava che “tra il mare e il Giordano ci sarà solo una sovranità israeliana”. Quel lessico non è una reliquia archivistica: è il precedente ideologico di molte posizioni riemerse nel discorso pubblico israeliano degli ultimi anni. (fonte: jewishvirtuallibrary.org/original-party-platform-of-the-likud-party)
Bezalel Smotrich ha più volte dato voce a questa impostazione in termini persino più brutali. Nel marzo 2023 dichiarò che “non esiste un popolo palestinese”, negando dunque non solo una soluzione politica, ma la stessa soggettività nazionale palestinese; nello stesso contesto parlò davanti a un podio decorato con una mappa che, secondo Reuters, mostrava uno Stato israeliano dai confini allargati comprendenti Cisgiordania, Gerusalemme Est, Gaza e perfino la Giordania. Pochi giorni prima aveva invocato che il villaggio palestinese di Huwara fosse “cancellato”, frase poi denunciata da Washington come incitamento alla violenza.
Anche Itamar Ben-Gvir ha espresso pubblicamente una gerarchia etno-politica incompatibile con qualunque ordinamento democratico egualitario. Nell'agosto 2023 dichiarò che il diritto alla vita e alla sicurezza dei coloni ebrei in Cisgiordania prevaleva sulla libertà di movimento dei palestinesi. E nel gennaio 2024, intervenendo a una conferenza ultranazionalista favorevole al reinsediamento ebraico a Gaza, sostenne che per evitare un nuovo 7 ottobre bisognava “ritornare a casa e controllare la terra” e aggiunse che occorreva “incoraggiare la migrazione” dei gazawi. Qui l'idea espansionista non è più sottintesa: viene rivendicata come programma.
Messe in fila, queste dichiarazioni mostrano un punto essenziale: il problema non è una caricatura polemica costruita dai critici di Israele, ma una linea politica che i suoi stessi esponenti hanno formulato apertamente. Quando un primo ministro rivendica il controllo israeliano su tutto il territorio a ovest del Giordano, quando un ministro nega l'esistenza del popolo palestinese e un altro propone di “controllare la terra” favorendo l'“emigrazione” degli abitanti di Gaza, non siamo più nel campo di garantire la sicurezza. Siamo dentro una visione di sovranità esclusiva che rende impossibile la pace e che, proprio per questo, può essere sconfitta solo attraverso il suo annientamento politico: delegittimazione internazionale, sconfitta elettorale, isolamento culturale e rottura interna alla società israeliana.
Il precedente storico: quando le ideologie territoriali crollano
Le ideologie espansioniste tendono a collassare non tanto per una confutazione teorica, quanto per una combinazione di fattori:
Insostenibilità demografica
Il controllo permanente di territori abitati da popolazioni ostili richiede livelli crescenti di coercizione. L'esperienza coloniale europea lo dimostra: dall'Algeria francese al Sudafrica dell'apartheid, il mantenimento di un ordine gerarchico su base etnica o nazionale ha prodotto sistemi sempre più repressivi e infine politicamente indifendibili.
Erosione della legittimità internazionale
Anche alleati storici possono progressivamente prendere le distanze. Nel caso israeliano, il sostegno occidentale — in particolare statunitense — è stato a lungo solido, ma non necessariamente incondizionato nel lungo periodo, soprattutto se associato a politiche percepite come annessioniste o discriminatorie.
Frattura interna
È spesso all'interno delle stesse società promotrici che si sviluppa la crisi decisiva. In Israele, una parte significativa dell'opinione pubblica, del mondo accademico e anche dell'establishment di sicurezza ha più volte messo in guardia contro i rischi di una deriva permanentemente occupazionale.
Costo economico e securitario crescente
L'espansione territoriale permanente implica un'escalation continua del conflitto. Più territorio significa più fronti, più attriti, più instabilità — un paradosso per uno Stato che fonda la propria legittimità sulla sicurezza.
Il caso israeliano: verso una delegittimazione politica?
L'ipotesi di un “annientamento politico” delle correnti massimaliste non è implausibile se intesa come:
- perdita di consenso elettorale interno,
- isolamento internazionale crescente,
- ridefinizione forzata delle priorità strategiche.
Già oggi si osservano segnali di tensione: proteste interne, critiche da parte di ex vertici militari, pressioni diplomatiche — tutti elementi che, storicamente, precedono una svolta.
È utile ricordare che anche ideologie considerate “intoccabili” possono essere rapidamente marginalizzate. Il nazionalismo serbo negli anni '90, ad esempio, ha conosciuto una parabola di ascesa e poi di isolamento internazionale e delegittimazione interna dopo le guerre jugoslave.
Oltre l'espansionismo: quali scenari?
Se le correnti favorevoli a una sovranità esclusiva sull'intero territorio tra Giordano e Mediterraneo venissero politicamente sconfitte, si aprirebbero scenari oggi considerati marginali ma storicamente plausibili:
- Ritorno a una soluzione a due Stati, sostenuta per decenni dalla comunità internazionale;
- Modelli confederali o federali, che riconoscano diritti politici a entrambe le popolazioni;
- Uno Stato binazionale, ipotesi minoritaria ma discussa in ambito accademico e tra alcuni attivisti.
Nessuna di queste opzioni è priva di difficoltà. Tuttavia, tutte presuppongono un passaggio preliminare: la crisi e il superamento delle ideologie che rendono impossibile qualsiasi compromesso.
Una lezione della storia
La storia insegna che le ideologie fondate su diritti esclusivi e non negoziabili tendono a entrare in crisi quando si scontrano con la realtà di società plurali e interdipendenti. Non vengono “annientate” con la forza, ma svuotate progressivamente di consenso, fino a diventare politicamente insostenibili.
Se una fine ai conflitti mediorientali è immaginabile, è più probabile che passi da questo processo — lento, conflittuale, ma storicamente ricorrente — piuttosto che da soluzioni radicali o catastrofiche.


