Dopo Juventus-Inter, Atalanta-Napoli e Milan-Parma, la sensazione è quella di un campionato dove ogni domenica c’è un episodio che diventa più grosso della partita.
A San Siro, in Inter- Juventus, l’espulsione di Kalulu resta il simbolo del cortocircuito: secondo giallo leggero, decisione pesante, VAR muto perché il protocollo non gli consente di intervenire sulle doppie ammonizioni. Risultato? Tutti arrabbiati e nessuno che può rimettere a posto l’errore. E allora la domanda da bar è semplice: se la tecnologia vede tutto ma non può parlare quando serve, a cosa serve?
In Atalanta-Napoli il copione è stato ancora più confuso. Rigore dato, poi tolto. Gol annullato per un contatto che in altre partite manco si fischia. Qui il problema non è solo l’errore, è la mancanza di coerenza. La gente accetta anche la svista, ma non accetta che lo stesso episodio venga giudicato in modo diverso a distanza di mezz’ora.
Infine, Milan-Parma: gol prima annullato, poi convalidato al VAR. Mezzo stadio che esulta, poi si ferma, poi riparte. Sembra la tombola di Natale. E intanto le polemiche montano perché i criteri non sono percepiti come uniformi.
E intanto noi spettatori restiamo lì a chiedere: “Ma perché, se c’è la tecnologia, nessuno corregge l’errore?”.
Da una parte Gabriele Gravina, che parla di credibilità, fair play e rilancio del calcio italiano. Peccato che la credibilità di una partita finisce al primo episodio dubbio, e il rilancio sembra più un fuoco d’artificio che dura 90 minuti. Dall’altra Gianluca Rocchi, capo arbitri, che difende i suoi come un avvocato in tribunale. Bravo, ma il tifoso al bar non vuole avvocati, vuole coerenza: fallo a Bergamo, fallo anche a Torino.
Il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista) è che Gravina e Rocchi sembrano più impegnati a spegnere incendi che a cambiare la cucina: è arrivato il momento di dirlo chiaramente, serve un cambio dei vertici, non perché siano cattivi o incompetenti, ma perché il sistema non funziona più.
Il problema non sono solo gli episodi sbagliati, ma come gli arbitri si sentono soli sotto i riflettori. Il VAR è lì a guardare, a suggerire, a intervenire… a volte. Ma in molti casi non può parlare quando servirebbe davvero, e l’arbitro resta in mezzo al campo, a decidere su contatti infinitesimali, simulazioni dubbie, rigori da interpretare. È come chiedere a un pescatore di catturare tutti i pesci del lago senza rete, con un vento contrario e lo sguardo di milioni di tifosi addosso.
Il risultato? In campo succede di tutto: espulsioni contestate, gol annullati e poi convalidati, rigori dati e tolti. L’arbitro diventa un traghettatore solitario tra regole rigide e interpretazioni elastiche, con la pressione che cresce a ogni partita. E non basta l’esperienza o la bravura individuale: senza coerenza del protocollo e senza il supporto reale del VAR, anche il miglior arbitro può sembrare confuso o indeciso.
Serve qualcuno che ridisegni il protocollo e renda il VAR coerente, trasparente e capace di parlare quando serve… e serve anche un sistema che dia agli arbitri in campo più sicurezza e chiarezza, perché altrimenti restano in balia del caso e delle polemiche, con la reputazione che va sempre a terra.

